IL SANTO DEL GIORNO SAN GIOBBE

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giobbeSan Giobbe, persona molto nota nella Bibbia e nella tradizione cristiana come modello di santità e di pazienza. “Visse nel paese di Hus” (Giobbe 1,1), che molti autori identificano con la regione posta tra l’Idumea e l’Arabia settentrionale. Tutto fa credere che non fosse ebreo, ma “retto, timorato di Dio” (Giobbe 1,1; 2,3). Era al colmo della ricchezza e della felicità quando improvvisamente fu colpito da una serie di disgrazie che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e perfino dei figli (Giobbe 1,13-19). Semplici le sue parole di rassegnazione davanti alla perdita delle cose e delle persone piú care: “Il Signore ha dato e il Signore ha tolto: il nome del Signore sia benedetto” (Giobbe 1,21). Colpito da una malattia che lo riduce molto male, non perde la sua calma, neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie (Giobbe2,7-10). Cacciato di casa, è costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio. Qui lo trovano tre amici che, informati della sua disgrazia, sono accorsi a confortarlo. A questo punto il libro introduce un lunghissimo dialogo (Giobbe 3-41) che discute in forma altamente poetica il problema dell’origine del dolore nel mondo.
Il principio su cui si basano tutti gli interventi dei tre amici è quello della teologia tradizionale dell’antico Israele. Dio è buono e giusto. La rivelazione, la ragione e l’esperienza dimostrano che egli, come premia i buoni ricolmandoli di ogni felicità, cosí punisce i cattivi assoggettandoli al dolore e alle calamità della vita. Applicando questo principio, essi fanno intendere a Giobbe, prima velatamente, ma poi con sempre maggiore asprezza, che alla radice delle sue disgrazie deve esserci necessariamente qualche grave peccato, forse un delitto occulto. Non è difficile a Giobbe dimostrare con l’esperienza dei fatti come spesso l’empio è felice mentre il pio è sventurato. Ma risultando inutili le sue argomentazioni, non gli resta che protestare ripetutamente la sua innocenza, implorare la pietà degli amici e appellarsi al giusto giudizio di Dio (Giobbe 4-31).
Cosi la via è aperta al quarto interlocutore, Eliu, il quale prospetta una nuova soluzione del problema facendo vedere come il dolore, oltre che punire il peccato, può servire anche a prevenirlo o a purificare l’uomo che se ne è reso colpevole (Giobbe 32-37). Finalmente dall’alto di una nube Dio stesso fa sentire la sua parola ammonitrice (Giobbe 38-41) e a Giobbe non resta che umiliarsi davanti all’infinita e imprescrutabile sapienza di lui, gettandosi “sulla polvere e sulla cenere” (Giobbe 42, 6). I tre amici sono condannati ad offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento nei riguardi di Giobbe e questi, proclamato innocente, viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli che aveva avuto precedentemente (Giobbe 42, 7-10). La vita di Giobbe dopo la prova è compendiata dal libro sacro in pochissimi versetti (42, 11-17). Riebbe i suoi armenti, generò di nuovo sette figli e tre figlie, visse ancora altri 140 anni.
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