Vaticano, il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in udienza dal Papa Giovedì l'incontro tra il Pontefice e il consigliere di Stato e ministro degli Esteri della Repubblica di Birmania

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Il 4 maggio, Papa Francesco riceverà in udienza, in Vaticano, Daw Aung San Suu Kyi, il Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri della Repubblica di Birmania, vincitrice, nel 1991, del Premio Nobel per la Pace. E’ noto l’impegno del Pontefice per la pace. Finn dall’inizio della sua elezione ha in mente di trovare le giuste vie per rivolgersi a tutte le religioni, affinché esse possano impegnarsi, in maniera significativa, a dire un “No” alla guerra.

L’impegno di Bergoglio per la pace

Affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico per la recita dell’Angelus, il 1 settembre del 2013, nell’indire una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Medio Oriente, disse: “Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace. Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace”. Nel messaggio scritto in occasione della XLIX Giornata Mondiale della Pace, che la Chiesa celebra il 1 gennaio di ogni anno, scriveva: “Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona! All’inizio del nuovo anno, vorrei accompagnare con questo mio profondo convincimento gli auguri di abbondanti benedizioni e di pace, nel segno della speranza, per il futuro di ogni uomo e ogni donna, di ogni famiglia, popolo e nazione del mondo, come pure dei Capi di Stato e di Governo e dei Responsabili delle religioni. Non perdiamo, infatti, la speranza che il 2016 ci veda tutti fermamente e fiduciosamente impegnati, a diversi livelli, a realizzare la giustizia e operare per la pace. Sì, quest’ultima è dono di Dio e opera degli uomini. La pace è dono di Dio, ma affidato a tutti gli uomini e a tutte le donne, che sono chiamati a realizzarlo”.

San Suu Kyi, un vita spesa per la pace

Daw Aung San Suu Kyi è cresciuta fuori del suo paese. Ha fatto ritorno in Birmania solo nel 1988 per impegnarsi nel processo di democratizzazione nazionale. Promotrice della Lega Nazionale per la Democrazia, è divenuta il simbolo dell’opposizione non violenta al regime militare, che ha sempre cercato in tutti i modi di ridurla allo stremo e limitarle gli strumenti di lotta. Figlia del generale Aung San U, ha studiato in India. Nel 1964 si è stabilita in Inghilterra, dove ha frequentato la Oxford University. Tornata in Birmania, nel luglio 1989 è stata posta agli arresti domiciliari e fatta oggetto di una intensa campagna diffamatoria architettata dal regime per minarne la credibilità e depotenziare il suo movimento politico, anche in vista delle prime elezioni multipartitiche fissate per il maggio del 1990, finalizzate alla formazione di un’Assemblea costituente.

Nel 2011, dopo il trasferimento del potere a un governo civile, considerato comunque un’emanazione di quello militare, San Suu Kyi ha dichiarato di voler rinunciare alla politica di boicottaggio e nel gennaio dell’anno successivo ha ufficializzato la sua candidatura alle elezioni parlamentari previste per l’aprile del 2012; alle consultazioni la Lega nazionale per la democrazia si è affermata come principale forza dell’opposizione: è stata eletta con l’82% delle preferenze. Sebbene il Parlamento sia comunque dominato dai sodali dell’esercito, l’opposizione ha guadagnato consensi e visibilità estremamente utili in vista delle consultazioni del 2015, alle quali la leader ha presentato ufficialmente la sua candidatura nel giugno 2013.

Svoltesi nel novembre 2015, le prime elezioni libere nel Paese dalla fine della dittatura militare hanno registrato la netta affermazione del partito della dissidente, che ha riportato oltre il 70% delle preferenze; storico risultato è stato inoltre raggiunto nel marzo 2016 con la nomina alla presidenza del Paese dell’economista Htin Kyaw, anch’egli membro della Lega, primo civile eletto dopo 54 anni di dittature militari e braccio destro di San Suu Kyi, impossibilitata ad assumere tale carica in ragione del mancato emendamento di un articolo della Costituzione che vieta a chiunque sia coniugato con uno straniero o abbia figli con passaporto estero di correre per tale ruolo. Nel marzo 2016, subito dopo l’elezione a presidente, Htin Kyaw ha assegnato alla donna politica la carica di ministro degli Esteri.

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