Il Pd secondo Renzi: linee d’azione di un leader “divisivo”

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Matteo Renzi

Bene, ora che il partito di Matteo Renzi è ufficialmente nato e il Pd definitivamente tramontato che succederà? Andremo presto a elezioni anticipate? Oppure no? A voler ridurre tutto a un ragionamento maledettamente semplice le domande di base sarebbero queste. La realtà, però, è decisamente più complessa articolata. Perché il vero punto di caduta di queste primarie, dal risultato scontato ma sorprendente nei numeri, non sta tanto sulla longevità o meno del governo Gentiloni, una variabile del tutto indipendente rispetto al progetto di Renzi, ma poggia su un altro elemento: chi sarà a gestire la manovra economica del prossimo autunno che si preannuncia da lacrime e sangue? Toccherà all’attuale premier Paolo Gentiloni farsi carico di questa incombenza, oppure il segretario del Pd seguirà la sua naturale indole e cercherà di capitalizzare il risultato delle primarie andando a elezioni anticipate,  assumendosi l’onere in prima persona di gestire questa delicata fase?

Divisioni interne

La seconda ipotesi fa capolino in molte analisi e quasi tutti i retroscenisti dei maggiori quotidiani italiani si sono dannati l’anima nel raccontarci le traiettorie ardite disegnate da Renzi nei caminetti organizzati con suoi fedelissimi prima delle primarie, prefigurando rotture e regolamenti di conti che le varie correnti interne al Pd. A partire con l’ala franceschiana, con la quale Renzi, comunque vadano le cose, vuole regolare i conti. Il ministro Dario Franceschini, un minuto dopo i risultati, si è affrettato a dire che il governo è più forte e la maggioranza non è a rischio. Un desiderio più che un’analisi figlia del voto, essendo vero l’esatto contrario.

Le elezioni anticipate e il rischio M5S

Il dato rotondo di Renzi rimette tutto al centro. Senza fare sconti a nessuno. E se tutto questo e il suo esatto contrario diventano verosimili, in un gioco di specchi deformanti e deformanti, è altrettanto evidente che andare ad elezioni anticipate, al di là della legge elettorale con la quale ci recheremo alle urne, porta con se un rischio insito: la probabile vittoria dei cinque stelle. Il Movimento di Beppe Grillo viene dato da tutti i sondaggisti con le vele gonfie, permettendo al timone della barca pentastellata di stare saldamente puntato verso palazzo Chigi. Possibile che Renzi voglia consegnare a loro il governo con l’obiettivo di metterli alla prova? Possibile, se si considera che la manovra d’autunno sarà necessariamente carica di nuove tasse e con l’oggettivo rischio di dover far ricorso alle clausole di salvaguardia.

Il partito di Renzi

Ma è qui che entra in gioco il “fattore” Renzi. La nascita del PdR, il Partito di Matteo, indubbiamente semplifica il quadro politico nazionale ma, al tempo stesso, mette a nudo il Re. Ora solo è soltanto lui è l’artefice del proprio destino. Seguirà la sua indole oppure seguirà i consigli di chi prova a suggerirgli quale strada imboccare? Dare una risposta non è semplice. La storia recente insegna che il nuovo segretario del Pd preferisce la velocità alla razionalità, il potere al dovere, la muscolarità alla linearità. Certo, per qualcuno questa vittoria è la miglior medicina per curare la dolorosa sconfitta del referendum costituzionale, ma non è l’elisir di lunga vita. Un buon corroborante serve a smaltire, non a far digerire totalmente. Ai gazebo sono andati coloro che credono nel progetto di Matteo Renzi, dunque del PdR, non l’intero popolo del centrosinistra. Questa vittoria, per convesso, potrebbe alimentare ulteriormente la frattura all’interno di quello che, per convenzione, continuiamo a chiamare sinistra. Pur avendo cambiato toni e modi, è ineluttabile un fatto: Renzi era e resta un leader divisivo, capace, come nessuno mai, di creare fazioni opposte. E con questo elemento non si può non fare conti. Per quanto paradossale, queste primarie hanno certificato proprio questo dato, delineando in modo inequivocabile la cornice entro la quale si  andrà sviluppando l’azione di Renzi nei prossimi mesi. Resta da capire quale ruolo vorrà assegnare a Gentiloni il leader del Pd, se lo userà per smontare i 5 Stelle o se lo pensionerà prima del tempo, puntando ad una costituzionalizzazione del patto del Nazareno per prendere Palazzo Chigi una volta per tutte. Un po’ come fecero i rivoluzionari francesi con la Bastiglia.

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