Le testimonianze di parenti e amici dei nuovi martiri all’Isola Tiberina Sabato il Papa andrà nella basilica di S. Bartolomeo. Preghiera per i vescovi e padre Dall'Oglio rapiti in Siria. Francesco incontrerà rifugiati e vittime della tratta

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Sarà una cerimonia semplice quella in programma sabato nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina durante la quale Papa Francesco pregherà per i “Nuovi Martiri“. Proprio ai testimoni della fede del XX e XXI secolo, per volere di San Giovanni Paolo II, dal 1999 è dedicata la chiesa, affidata alla Comunità di Sant’Egidio.

La liturgia della Parola inizierà alle 17. Nel programma, contenuto nel libretto diffuso dalla Sala Stampa Vaticana, sono previsti gli interventi di parenti e amici di tre fra i tanti testimoni della fede, di cui si conserva la memoria nella chiesa dell’Isola Tiberina: Karl Schneider, figlio di Paul, pastore della Chiesa Riformata, ucciso nel 1939 nel campo di Buchenwald perché aveva definito gli obiettivi del nazismo al potere “inconciliabili con le parole della Bibbia”; Roselyne, sorella di padre Jacques Hamel, assassinato a Rouen, in Francia, il 26 luglio dell’anno scorso alla fine della messa e Francisco Hernandez Guevara, amico di William Quijano, un giovane di Sant’Egidio in Salvador, che venne ucciso nel settembre del 2009 perché, con le “Scuole della Pace” della Comunità, offriva agli adolescenti del quartiere in cui viveva un’alternativa alle Maras, le bande giovanili che seminano il terrore in quel Paese dell’America Centrale.

Nel libretto sono riportate le testimonianze. “La Chiesa ha il compito di vigilare sullo Stato. Con questa convinzione mio padre si è opposto con forza ad ogni tentativo di influenzare politicamente la Chiesa – dirà Karl Schneider –  Si è impegnato perché il popolo tedesco conservasse un orientamento cristiano nello Stato e nella società. Noi tutti, anche oggi, facciamo troppi compromessi, ma mio padre è rimasto fedele unicamente al Signore e alla fede. È stato un pastore e una guida spirituale. Anche nel campo di concentramento! Fino alla fine, ogni volta che gli era possibile, nonostante le torture e le sofferenze, ha gridato con coraggio dalla feritoia della sua cella nel bunker le parole di consolazione e di speranza della Bibbia agli altri prigionieri. Per questo viene chiamato anche il “predicatore di Buchenwald”. E non ha dimenticato noi, la sua famiglia. In una lettera dal campo di concentramento, conservata in questa chiesa, mio padre afferma con forza la sua fede nella vittoria pasquale della vita e scrive di sapere che anche mia madre, io, i miei fratelli e le mie sorelle siamo sotto la protezione di Dio. Le parole di mia madre, anche quando era molto anziana, sono state: “Lui è stato scelto per annunciare il Vangelo e questa è la mia consolazione”. Io, come figlio, sento questa consolazione fino ad oggi”.

“Alla sua età (85 anni, ndr) Jacques era fragile, ma era anche forte. Forte della sua fede in Cristo, forte del suo amore per il Vangelo e per la gente, chiunque fosse e — ne sono certa –anche per i suoi assassini” è invece la testimonianza di Roselyne, la sorella di padre Hamel, il cui breviario è custodito nella basilica di S. Bartolomeo. “Come Vostra Santità ha detto nell’omelia in memoria di Jacques, in questo momento difficile non ha perduto la lucidità quando dall’altare ha accusato il vero autore della persecuzione: “Vattene Satana!”. Infatti “uccidere nel nome di Dio è sempre satanico”. La sua morte è in linea con la sua vita di sacerdote, che era una vita donata: una vita offerta al Signore, quando ha detto “sì” nel momento della sua ordinazione, una vita al servizio del Vangelo, una vita donata per la Chiesa e per la gente, soprattutto per i più poveri, che ha servito sempre nelle periferie di Rouen. C’è un paradosso: lui che non ha mai voluto essere al centro, ha consegnato una testimonianza per il mondo intero, la cui larghezza non possiamo ancora misurare”.

Infine, il ricordo di William Quijano da parte del suo “amico fraterno” Francisco: “Quale è stata la sua colpa? Sognare un mondo di pace. William non ha mai rinunciato a insegnare la pace, anzi il suo impegno ha spezzato la catena della violenza; diceva: “il mondo è pieno di violenza, per questo dobbiamo lavorare per la pace iniziando dai bambini. Dobbiamo avere il coraggio di essere maestri, perché un paese che non ha scuole né maestri è un paese senza futuro e senza speranza. Le Scuole della Pace sono santuari che pongono una barriera alla violenza e alla povertà. La sicurezza non si ottiene solo con la fermezza, ma con l’amore”. Parlava a tutti del suo sogno: “abbiamo l’anima, l’intelligenza e la forza per metterci al lavoro. E la preghiera ci sosterrà””.

Papa Francesco, dopo la sua omelia, renderà omaggio alle sei cappelle laterali della basilica che conservano le reliquie dei martiri di Europa, Africa, America, Asia, del comunismo e del nazismo. Nel corso della liturgia saranno accese alcune candele per accompagnare ogni preghiera che verrà pronunciata in memoria dei testimoni della fede del XX secolo fino ai giorni nostri, dagli armeni e gli altri cristiani delle Chiese vittime dei massacri compiuti durante la prima guerra mondiale ai martiri della pace e del dialogo, come i monaci trappisti di Notre Dame de l’Atlas in Algeria e don Andrea Santoro in Turchia, da chi è stato ucciso dalla mafia, come don Pino Puglisi, fino ai tanti missionari che hanno dato, nel mondo, la loro vita per il Vangelo. Un ricordo che attraverserà tutti i continenti accomunando nomi più conosciuti, come l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, insieme a tanti altri meno noti.

Si pregherà anche per i vescovi Mar Gregorios Ibrahim, Paul Yazigi e padre Paolo Dall’Oglio, sequestrati ormai da tempo in Siria, di cui non si hanno ancora notizie. Alla fine della preghiera, Papa Francesco incontrerà, nei locali accanto alla basilica, un gruppo di profughi giunti in Italia con i corridoi umanitari, insieme a donne vittime della tratta e ad alcuni minori non accompagnati.

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