Padre Samir: “L’Islam non è una religione di pace ma il dialogo è senza alternative” Il gesuita sul prossimo viaggio del Pontefice in Egitto: "Giusto ristabilire rapporti amichevoli"

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Quale Egitto si troverà davanti Papa Francesco in occasione del suo prossimo viaggio al Cairo? E soprattutto, quale Islam? “Un Paese con un grande problema culturale, dove il 40% della popolazione è analfabeta” spiega il gesuita Samir Khalil Samir. Nato al Cairo nel 1938, padre Samir è dottore in teologia orientale e studi islamici, fondatore del CEDRAC (Centre de Documentation e de Recherches Arabes Chrétiennes) a Beirut, professore di studi islamici-cristiani presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma e di altre università. Ha pubblicato più di 60 libri, 500 articoli scientifici e 900 articoli informativi sul patrimonio arabo-cristiano, sulle le relazioni islamo-cristiane e i rapporti tra mondo musulmano e Occidente. Un autentico esperto, dunque, che non ha avuto timore di dire al Papa quello che pensa in occasione di un incontro privato lo scorso anno. “Il S. Padre in realtà non conosce l’Islam. Conosce un imam, persona gentilissima, ma è un errore considerare l’Islam una religione di pace. C’è la volontà di pace di molti musulmani ma non si può leggere il Corano e pensare che abbia orientamenti pacifici”.

L’Islam radicale

Il problema è la grande influenza delle tre principali correnti islamiste: quella dei Fratelli musulmani, quella dei salafiti e quella dei wahabiti. “L’Islam oggi è bloccato da queste tre tendenze riduttive – spiega padre Samir – Fino al 1200 c’era un dibattito filosofico, si è discusso se il Corano fosse creato o increato. Poi è prevalsa quest’ultima opinione. Il Corano, però, ha due parti: una, quella scritta alla Mecca, quando Maometto cercava un dialogo, più conciliante; la seconda, scritta a Medina, quando il Profeta aveva preso il potere, molto più violenta e radicale. Basti pensare che una delle due biografie, scritta un secolo e mezzo dopo la morte di Maometto, si intitola ‘Il libro delle razzie’, perché bisognava conquistare le tribù una per una. I musulmani radicali considerano ideale tutto ciò che si può attribuire a Maometto o al Corano. Ma ci sono interpretazioni opposte. E allora come la mettiamo? Purtroppo l’insegnamento di oggi è ideologico, non filosofico, c’è una visione materiale dell’Islam sotto l’influsso del wahabismo”.

La mano tesa del Pontefice

Come ha reagito il Papa quando gli ha detto che la sua visione dell’Islam era un po’ “ingenua”? “Non ha detto che ho ragione, mi ha spiegato perché ha questo atteggiamento – risponde padre Samir – Non me lo ha detto ma penso che sia perché ignora questa realtà: cerca contatti e amicizia e perciò non vuole sottolineare i difetti. Il suo primo obiettivo è ristabilire rapporti amichevoli. Ho ricevuto decine di lettere da parte di cristiani egiziani emigrati in Europa che di fronte all’apertura del Papa minacciano di lasciare la Chiesa: calma, è assurdo. Le intenzioni del S. Padre sono ottime. Deve fare ciò che fa, il dialogo è l’unica strada percorribile. I terroristi sono condannati anche dai musulmani ma non sanno come comportarsi. L’errore di partenza è di quanti vogliono applicare oggi il modello del 600, all’epoca di Maometto. L’atteggiamento di apertura del Papa ha spinto il grande imam al Tayyib ad essere più conciliante. Per sei anni, con un pretesto ridicolo, sono state interrotte tutte le relazioni. Per due volte inviati del cardinale Tauran ad Al Azhar non sono stati ricevuti. Il Papa ha riguadagnato fiducia”.

Al Azhar

Un processo che tuttavia non è semplice da mettere in atto. Un esempio per tutti: “Il presidente Al Sisi – racconta padre Samir – ha detto che bisogna eliminare il divorzio sulla parola (prassi con cui l’uomo può divorziare semplicemente dicendo tre volte alla moglie “sei ripudiata” in presenza di due testimoni, ndr). Al Azhar ha rifiutato dicendo che era una pratica al tempo di Maometto, che infatti ha avuto 16 mogli, o 17 secondo alcuni studiosi. Il fatto è che Al Azhar non è un’università nel senso occidentale del termine. E’ un grande centro islamico in cui si formano imam di tutto il mondo. E’ basata su Corano e tradizione e finisce con il diritto islamico, cioè la sharia. Ma sono concetti medievali”.

I cristiani tollerati ma non troppo

Qual è la situazione dei cristiani in Egitto oggi? “Così così – risponde padre Samir – Il governo vuol sostenere i cristiani come cittadini al 100% e su questo non c’è dubbio. Anche Al Azhar vuole lo stesso. Ma ci sono gruppi fanatici, Isis nel nord Sinai o Fratelli musulmani in molti posti importanti dell’Egitto, che non ammettono questa visione. Come dice il Corano: ebrei e cristiani possono vivere con noi a condizione di essere sottomessi e di versare la jizya, la tassa che devono pagare di persona, umiliandoli. Gli integralisti applicano questo alla lettera. A livello di popolazione se non c’è un gruppo provocatorio cristiani e musulmani vivono bene insieme. Sono stato al Cairo e anche a Minya (250 km a sud della capitale, ndr) e fino a 10 anni fa non c’erano problemi. Sono iniziati con l’arrivo dei Fratelli musulmani”. Per dare un’idea delle difficoltà che incontrano i cristiani, basti pensare che per costruire le chiese serve l’autorizzazione del presidente ma nella maggior parte dei casi la pratica non gli arriva, viene insabbiata a livelli intermedi. “Così succede che le chiese costruite senza permesso – dice padre Samir – Ora il presidente Sisi ha regolarizzato la situazione dicendo che tutte le chiese sono ufficialmente riconosciute”.

Al Sisi e le dittature

Obama si era rifiutato di incontrare Al Sisi che invece è stato ricevuto da Trump. Non è la legittimazione di un dittatore? “In Medio Oriente sono tutti più o meno regimi dittatoriali. Al Sisi è un musulmano pio ma cerca di distinguere stato e religione. A Nuovo Cairo, che sta sorgendo nel deserto a 10 chilometri dalla capitale, ha deciso di costruire la più grande chiesa copta accanto alla più grande moschea d’Egitto. Cerca di mettere più laicità in un Paese dove non c’è una maggioranza in grado di capire un minimo di politica, dove il livello culturale è molto basso. Inoltre Al Sisi non controlla tutto il governo. In Italia ci si è focalizzati sul caso Regeni, un fatto grave ma certamente il presidente non era al corrente. Inoltre deve fare i conti con una crisi economica molto forte. La moneta negli ultimi quattro mesi ha perso il 30%. Da quando ha preso una posizione contro il wahabismo, l’Arabia ha tagliato i fondi, circa 3,5 miliardi l’anno”.

Le aspettative

Quali possono essere le conseguenze della visita del Papa nel dialogo tra le due religioni? “L’Egitto è il più grande paese arabo islamico, per cui fa le leggi nel mondo sunnita – dice padre Samir – Ristabilire l’amicizia con Al Azhar può avere conseguenze in tutto il mondo islamico, almeno nell’80% dei musulmani che ne riconoscono l’autorità. Dal punto di vista delle relazioni islamo-cristiane il ragionamento è: in Occidente voi musulmani siete accolti purché rispettate le norme del Paese che vi accoglie. I cristiani qui non sono immigrati, sono cittadini che hanno tutti i diritti come voi. Penso che il viaggio avrà conseguenze positive per i cristiani. Creerà più unione tra tutti i cristiani, poi presenterà un’immagine positiva dei cristiani, costruttiva, a differenza dell’immagine prodotta dall’Islam. Tutto questo rinforza l’immagine dei cristiani e avrà un’influenza positiva sull’atteggiamento del governo e della popolazione. Diranno che il leader dei cristiani è una persona aperta, buona, fraterna e per noi è molto importante”.

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