Emergenza rifugiati, Giordania e Libano chiedono aiuto alla comunità internazionale Han al Mulki: "Raggiunto il limite. Rischiamo di non riuscire a garantire i servizi". Al-Hariri: "Siamo una bomba a orologeria"

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Amman e Beirut chiedono aiuto per far fronte all’emergenza rifugiati. Durante la conferenza “Sostenere il futuro della Siria e della regione”, il premier Hani Al Mulki, ha spiegato che la Giordania ha raggiunto il limite nella capacità di assorbimento dei profughi. Per cui “senza il continuo sostegno della comunità internazionale si avrà un impatto negativo sulla capacità di dare servizi necessari ai siriani senza che ciò impatti sui cittadini della Giordania”. Secondo primo ministro giordano “è essenziale continuare investire con successo nel modello Giordania e nel compact con la Giordania. Questo richiede risorse sufficienti per costruire le comunità di accoglienza e per sostenere i paesi ospiti. La comunità internazionale deve aumentare le sovvenzioni per il piano di risposta della Giordania, in particolare per i progetti infrastrutturale prioritari nelle comunità ospiti“. Al Mulki ha sottolineato che “la catastrofe siriana è durata sin troppo. Non c’è una soluzione militare, la Giordania sta lavorando con i partner per una soluzione politica pacifica, che rispetti l’integrità territoriale e la sovranità della Siria“.

Situazione simile in Libano, definito dal premier Saad Al-Hariri “una bomba ad orologeria” perché “4 milioni di libanesi ospitano 1,5 milioni di siriani oltre a mezzo milioni di palestinesi” ed è “come se 500 milioni di cittadini della Ue si svegliassero un giorno con 250 milioni di persone arrivate in una notte” e “dovessero occuparsene quando già loro sono in difficoltà”. Intervenendo a Bruxelles durante la sessione ministeriale della Conferenza internazionale sulla Siria a Bruxelles Hariri ha spiegato che “non possiamo continuare a sopportare le conseguenze” del conflitto in Siria “se non si fa un piano“. La comunità internazionale “deve scegliere cosa fare: investire nella speranza o lasciare che cresca la disperazione” e “esporre alla radicalizzazione“, cosa che con il peggioramento delle condizioni economiche del paese “può spingere tanto i libanesi quanto i siriani a cercare un’altra casa”.

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