Vicario d’Arabia: “La quaresima in Oman, i fedeli pregano per i cristiani perseguitati” La testimonianza di mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale

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Una Chiesa “pellegrina, fedele alla preghiera, ricca di gioia”, che vive la Quaresima “partecipando in modo intenso alla liturgia”. È quanto dice mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (che comprende Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), descrivendo la comunità cattolica dell’Oman, un Sultanato asiatico situato nella porzione sud-orientale della penisola arabica.

“Molti stranieri compiono enormi sforzi, non solo a livello di digiuno e astinenza, ma anche all’atto pratico per partecipare alle funzioni o aiutare quanti sono nel bisogno”, racconta Hinder ad Asia News, l’organo di informazione del Pime. “Fra i fedeli – spiega – vi è molta attenzione rispetto a quanto avviene nel vicino Yemen e per i cristiani perseguitati [nel mondo], grande è la voglia di aiutare sia con le opere che attraverso la preghiera”.

A livello di comunità, racconta ancora il prelato, i fedeli hanno intensificato “le funzioni fra membri dello stesso gruppo linguistico”; a questo si aggiungono gli appuntamenti con la Via Crucis e le confessioni, che “in Quaresima registrano una adesione maggiore” rispetto agli altri periodi dell’anno. “Tutti i cattolici – aggiunge – sono immigrati, in maggioranza indiani e poi filippini. Ecco perché vi sono funzioni a seconda dei gruppi linguistici, anche se la lingua principale è l’inglese e, come Chiesa, invitiamo i fedeli a frequentare queste messe per rafforzare il legame di unità”.

“Li invito ad avere coraggio – prosegue il 74enne vescovo francescano – e approcciarsi alla messa in inglese, per avere una esperienza sempre più ampia dell’appartenenza. Il pericolo è quello di rifugiarsi nel piccolo mondo costituito dal gruppo etnico e linguistico, anche se prevale un atteggiamento generale di apertura”. Un’attenzione alla pratica religiosa, avverte il prelato, alla quale dobbiamo educare “prima di tutto i bambini, e questa è una delle sfide maggiori: anche in Oman, come in altre realtà del vicariato, i bambini devono essere catechizzati ed è essenziale il ruolo dei laici”.

Nel Paese arabo i cattolici – circa 55mila persone tutte lavoratori migranti – sono il 2% della popolazione totale che conta meno di 4 milioni di abitanti. I cristiani in totale sono il 6,5%, gli indù il 5,5% mentre la grande maggioranza (pari al 75% circa) è di fede musulmana Ibadita; gli ibaditi costituiscono l’unico ramo etnico oggi esistente dei kharigiti, corrente religiosa islamica che costituisce una “terza via” tra sunniti e sciiti (alle quali precede) famosa per la sua tolleranza nei riguardi delle altre religioni.

In Oman in totale vi sono quattro parrocchie affidate alle cure di sette sacerdoti: la parrocchia di Sant’Antonio da Padova a Sohar, la chiesa dei Santi apostoli Pietro e Paolo a Ruwi, la parrocchia del S. Spirito a Muscat e la chiesa di San Francesco Saverio a Salalah.

L’impegno della Chiesa locale, precisa mons. Hinder ad Asia News, è proprio quello di “formare i catechisti, uomini e donne, volontari che dedicano parte del loro tempo per l’insegnamento della dottrina e della fede cristiana. Dobbiamo prepararli, aiutandoli per l’impegno e lo sforzo”. Tanti di loro, infatti, “consacrano il loro unico giorno libero a settimana, il venerdì [giorno di festa nell’islam] per questo servizio e in alcune parrocchie questo elemento rappresenta una sfida”.

La realtà cattolica dell’Oman, secondo quanto racconta mons. Hinder, è “molto simile alle altre della regione, anche se le leggi e le caratteristiche del Paese ne condizionano” in parte la vita. “I cristiani – prosegue – sono sparsi per tutto il territorio, alcuni per lavoro si trovano anche distanti 3/4/500 km dalla parrocchia e non possono partecipare ogni settimana alla messa. Cerchiamo di aiutarli, di farli sentire parte della comunità organizzando il trasporto a bordo di pullman o taxi. Ci sono fedeli che godono di un discreto tenore di vita, altri più in difficoltà”.

Come in molte altre parti della regione, ammette il vicario, è presente il tema “delle famiglie separate, se non addirittura spezzate. E con la crisi economica, che comporta il ritorno a casa dei parenti, di quanti non lavorano, il dramma rischia di acuirsi in un futuro”. Del resto nessuno è “sicuro” di poter restare nel Paese “non avendo la cittadinanza” e la permanenza è legata al permesso di lavoro. Ecco perché, aggiunge, siamo di fronte “a una realtà volatile, a una Chiesa pellegrina nel vero senso della parola, in cammino, mutevole. Ciò implica un cambiamento permanente e questa è una sfida per il lavoro di pastorale: per fare un esempio, non sappiamo se i catechisti di quest’anno ci saranno anche per il prossimo, viviamo a volte anche di improvvisazione. Cerchiamo di fare del nostro meglio per venire incontro alle esigenze di quanti hanno bisogno di aiuto “a livello psicologico, pastorale, spirituale”.

L’evangelizzazione, conclude mons. Hinder, resta un elemento che esclude il mondo musulmano, ma non è raro che coinvolga fedeli di altre religioni non musulmane: “Non sono rari i casi di conversioni, ad esempio, fra gli indù e anche fra gli stessi europei in precedenza atei o che qui, in questa terra così lontana dalla loro, riscoprano il desiderio della fede e il ritorno alla preghiera”.

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