Fallimento Trony, in arresto tre amministratori del gruppo Edom per bancarotta fraudolenta Dall'indagine della Procura sarebbe emersa la distrazione di almeno 9,5 milioni di euro dai conti societari. Due ordinanze in carcere, una ai domiciliari

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Guai per tre amministratori del gruppo Edom, società titolare dei rivenditori a marchio Trony: nella mattina del 21 marzo, infatti, sono state emesse due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di un imprenditore di 51 anni e di un commercialista di 50. Per la diretta collaboratrice di quest’ultimo, inoltre, sono scattati gli arresti domiciliari. A disporre le ordinanze di arresto da parte dei militari del Nucleo speciale di Polizia valutaria della GdF, è stato il Gip del Tribunale di Roma, a seguito del riscontro del presunto reato di bancarotta fraudolenta aggravata per la distrazione di cospicue somme di denaro (si parla di oltre 9 milioni di euro) dalla Edom, provocandone il conseguente fallimento. Il dissesto finanziario del gruppo, è stato provocato da un debito maturato l’erario (dovuto dalla contestata evasione fiscale da parte della società), pari a circa 100 milioni.

L’indagine “Cigno nero”

Reati che, già nel 2013, aveva portato all’arresto dell’imprenditore 51enne con tanto di condanna in primo grado a tre anni e dieci mesi di reclusione (e con sequestro di beni immobili per oltre 9 milioni di euro). Per quanto riguarda la società, nonostante l’iniziale ammissione alla procedura per il concordato preventivo da parte del Tribunale di Roma, il gruppo Edom è stato dichiarato fallito (causa insolvenza) nel febbraio scorso. Come appurato dalla Guardia di Finanza, i traffici dei tre indagati sarebbero comunque continuati, nonostante la dismissione di ogni impiego o ruolo societario.

Le prime ordinanze di custodia cautelare, perciò, sono giunte al termine di un complesso percorso d’indagine, condotto dalla Procura di Roma e denominato “Cigno nero”, in riferimento al nomignolo attribuito al commercialista (e faccendiere) arrestato (già noto alla Procura per gli stretti legami con gli indagati per Mafia Capitale), chiamato per l’appunto “cigno” dagli altri componenti del gruppo. A seguito di accertamenti e controlli incrociati, la Polizia tributaria è riuscita a ricostruire il giro di distrazione, messo in atto attraverso prelievi sistematici dai conti societari, pari ad almeno 7 milioni di euro in 4 anni, con annessa alterazione dei documenti contabili (effettuati cancellando blocchi di registrazioni, occultando corrispettivi e annotando storni e giroconti privi di giustificazioni economiche). Come constatato dagli inquirenti, anche attraverso rogatorie con la Repubblica di San Marino, la somma accumulata in diverse società dello Stato del Titano, riconducibili agli indagati, sarebbe di almeno 9,5 milioni di euro.

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