Le scuse del Papa per il genocidio in Rwanda: “Ha deturpato il volto della Chiesa” In Vaticano il Pontefice incontra il presidente Paul Kagame

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Ricevendo in udienza, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il presidente del Rwanda, Paul Kagame, Papa Francesco, con profondo dolore, e a nome della Santa Sede e della Chiesa tutta, ha chiesto scusa per il genocidio contro i Tutsi avvenuto in Rwanda nel 1994. Il presidente Kagame, dopo l’incontro col Pontefice, è stato ricevuto dal cardinale Segretario di Stato, mons. Pietro Parolin, e dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher. Come riferisce la Sala Stampa vaticana, “durante i cordiali colloqui sono state ricordate le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e il Rwanda. Si è apprezzato il notevole cammino di ripresa per la stabilizzazione sociale, politica ed economica del Paese. È stata rilevata la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa locale nell’opera di riconciliazione nazionale e di consolidamento della pace a beneficio dell’intera Nazione”.

Il dolore della Chiesa

“In tale contesto – prosegue la nota – il Papa ha manifestato il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i Tutsi, ha espresso solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti”. Quindi, in linea con il gesto compiuto da San Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000, “ha rinnovato l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all’odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica“. Inoltre, Bergoglio ha auspicato che questo “umile riconoscimento delle mancanze commesse”, “le quali hanno deturpato il volto della Chiesa, contribuisca, anche alla luce del recente Anno Santo della Misericordia e del Comunicato pubblicato dall’Episcopato rwandese in occasione della sua chiusura”, e a “purificare la memoria”, promuovendo “con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace”. Ciò diventerà testimonianza concreta del “possibile vivere e lavorare insieme” se si pone al centro “la dignità della persona umana e il bene comune”.

Uno sguardo ai problemi della Nazione

Infine, c’è stato uno scambio di vedute sulla situazione politica e sociale regionale, con attenzione ad alcune aree colpite da conflitti o calamità naturali ed è stata espressa una particolare preoccupazione per il grande numero di rifugiati e di migranti bisognosi dell’assistenza e del sostegno della Comunità internazionale e degli organismi regionali.

Il genocidio in Rwanda

Il genocidio del Ruanda è considerato uno dei più sanguinosi episodi della storia dell’Africa del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) circa 500.000 persone. Le stime di Human Rights Watch indicano che il numero delle vittime sia salito fino a raggiungere una cifra pari a circa 800.000 o 1.000.000 di persone. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell’Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto egida dell’Onu.

Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese. L’odio fra Hutu e Tutsi costituì la radice scatenante del conflitto, pur se l’idea di una differenza di carattere razziale fra queste due etnie è estranea alla storia ruandese e rappresenta semmai uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. Fu l’amministrazione coloniale del Belgio che, a partire dal 1926, trasformò quella che infatti era una semplice differenziazione socio-economica (gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi allevatori e gli scambi e i matrimoni misti fra i due gruppi erano comuni) in una differenza razziale basata sull’osservazione dell’aspetto fisico degli individui.

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