Riforme, Zagrebelsky: “Un’intesa con Berlusconi si può fare e non sarebbe un inciucio” L'ex presidente della Consulta alla Stampa: "La democrazia è il regime del compromesso". Crisi Pd: "Se Renzi vince il partito rischia di cadere nella fossa"

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Zagrebelsky

Un’intesa con Silvio Berlusconi sulle riforme, dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, “si può fare” e non sarebbe necessariamente “un inciucio“, come avvenne con il Patto del Nazareno. Lo dice alla Stampa l’ex presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, tra i maggiori e più autorevoli oppositori della riforma Renzi-Boschi, affossata dall’elettorato il 4 dicembre. Del resto, ricorda, “la democrazia è il regime del compromesso. E questo non lo dico io ma il grande giurista Hans Kelsen“. Certo, chiarisce, “il punto è: compromessi con chi, con quali contenuti, in vista di che cosa”. In ogni caso “non ogni compromesso è, come si dice, inciucio”.

Nell’intervista Zagrebelsky parla di un Matteo Renzi “sfibrato e sempre più isolato, vittima d’una certa viltà di coloro che gli sono stati intorno non senza adulazioni e connessi benefici e ora, nella difficoltà, lo stanno abbandonando. Soltanto per questo, merita simpatia“. E il Partito democratico, aggiunge il giurista, “corre un gran rischio. Se Renzi, malgrado ciò che sta accadendo, vince le primarie, è altissimo il rischio che il partito cada nella fossa, perda definitivamente la sua identità“.

Bastone e carota, invece, per il Movimento 5 Stelle. “Non mi piace l’ostracismo nei loro confronti – spiega -. Nello stesso tempo, pur apprezzando lo spirito di novità che portano nella vita politica, non mi piacciono i settarismi, i riti inquisitoriali che portano alle espulsioni e l’indisponibilità a cercare accordi, mediazioni”. Il partito fondato da Grillo “in assenza di responsabilità nazionale potrà ancora gonfiarsi di voti protestatari. Ma attenzione: nella protesta possono confluire cose d’ogni genere, anche contraddittorie e pericolose. La diffidenza reciproca con coloro che potrebbero contribuire a costruire un gruppo dirigente all’altezza della situazione non è un buon viatico verso il governo”. L’importante, conclude, è sapersi “mettere in gioco”. E’ proprio questo “il problema della democrazia nel nostro Paese”

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