DALLAPICCOLA: “COSI’ STIAMO ACCANTO AI MALATI RARI”

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Si celebra oggi la X Giornata dedicata alle malattie rare all’insegna dello slogan “Con la ricerca le possibilità sono infinite”. Uno sforzo al servizio di quanti si spendono per assistere e aiutare quanti sono affetti da queste patologie e le loro famiglie, spesso devastate da situazioni pesantissime. Ne parliamo con il professor Bruno Dallapiccola, genetista, direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e grande esperto del settore.

Professore, cosa si intende per malattie rare e per farmaci orfani?

dallapiccola“Le malattie rare sono, secondo una definizione accolta in tutta Europa, quelle che hanno una frequenza inferiore a un caso ogni 2000 persone. Il punto è che data la grande varietà di queste malattie, che sono circa 8000, in Italia c’è almeno un milione di cittadini affetti da queste patologie, ed è un numero al ribasso, senza contare gli oltre 900.000 pazienti affetti da tumori rari. Le stime nel mondo sono di 1 malato ogni 20. I farmaci orfani sono quelli impiegati nelle terapie di questi casi. Fortunatamente i malati rari non si avvalgono solo di questo tipo di farmaci. Quelli autorizzati attualmente sono un’ottantina mentre abbiamo strumenti molto validi per il trattamento: almeno 400 molecole tradizionali oltre a riabilitazione, logopedia, chirurgia, psicomotricità, terapia cellulare e dietetica”.

Perché è importante dare rilievo a questo tema? Cosa ha fatto fino ad oggi l’Ospedale Bambino Gesù, anche se le malattie rare non colpiscono solo i più piccoli?

“No, certo, sono patologie che attraversano tutta la popolazione. I bambini sono circa il 60% dei malati rari. Ovviamente per le loro caratteristiche sono quelli che suscitano più tenerezza: di fronte a un difetto congenito o a una malattia contratta nei primi mesi o anni di vita c’è un livello di strazio molto più elevato. Il rilievo di questa giornata è legata al fatto che parliamo di un argomento che è penalizzato dall’aggettivo che lo qualifica. Il concetto di raro definisce bene la frequenza delle malattie ma non i drammatici problemi che gli stanno intorno. Innanzitutto la loro dimensione sociale; la grande solitudine; i problemi che devono affrontare queste persone che quotidianamente fanno fatica a trovare esperti o ad avere diagnosi di malattie che hanno conseguenze devastanti. Serve a richiamare l’attenzione dei cittadini su un problema che riguarda una fascia importantissima della popolazione. Prima di parlare del Bambino Gesù, vorrei parlare di quello che ha fatto il Paese, perché l’Italia si è mossa con il primo piano nazionale fin dal 1998/2000 su questo argomento e nel 2001 ha fatto una svolta straordinaria con la creazione della Rete nazionale malattie rare e l’esenzione del ticket. Questo lavoro, sia pure con criteri disomogenei da parte delle Regioni, ha fatto sì che oggi abbiamo una rete nazionale di 196 presidi, che in Europa chiamano Centri di riferimento per le malattie rare, che sono un unicum nel Continente; solo la Francia ha una struttura analoga a quella italiana. Ora è chiaro che proprio per le caratteristiche peculiari, le malattie rare hanno bisogno di un approccio multidisciplinare. Al Bambino Gesù abbiamo 40 sottospecializzazioni pediatriche. Siamo un polo di eccellenza, di riferimento, al punto che la più grande casistica italiana, e una delle più grandi d’Europa, di malati rari pediatrici è del nostro policlinico. Abbiamo poi il vantaggio di coniugare grandi competenze cliniche con tutti gli strumenti e i laboratori necessari. Non dimentichiamo che il 90% di queste malattie sono genetiche e che un paziente su 3 non ha una diagnosi: spesso utilizzando tecniche genomiche riusciamo a trovarla”.

Il portale Orphanet è un riferimento per le persone alle prese con le malattie rare. I numeri sono impressionanti, con una media di 92.000 pagine giornaliere visitate. Come nasce? Cosa rappresentano questi dati e qual è la valenza di questo portale?

“Il portale nasce alla fine degli anni 90 in Francia, creato da Ségolène Aymé che dopo un paio d’anni si è resa conto che poteva avere una rilevanza europea. Noi siamo stati tra i primi ad essere contattati. Ci conoscevamo da tempo e mi chiese se volevo gestire l’interfaccia italiana del portale. Quasi subito sono partite anche quelle in spagnolo, inglese e tedesco. Oggi come mole di dati l’Italia è seconda solo alla Francia. Uno degli aspetti importanti è la specificità del portale perché si riesce a sapere per ogni Paese chi fa attività clinica, chi fa ricerca, quali sono le associazioni di supporto, quali sono i laboratori che fanno i test genetici. L’accesso è gratuito ed è scritto con un linguaggio estremamente semplice per cui è facilmente consultabile da tutti. Altra cosa importante è la creazione di Orphacode, un sistema di codifica delle malattie rare accolto ormai in molte parti del mondo (in Italia è adottato dal Veneto e da altre nove Regioni affiliate) che offre una serie di vantaggi rispetto a codici ormai obsoleti”.

La ricerca in questo campo è fondamentale ma è sostenuta adeguatamente?

“E’ una nota relativamente dolente perché a fronte di risultati straordinari ottenuti in Italia, Paese leader nella ricerca, i finanziamenti sono pochi. C’è poi un capitolo importante, partito alcuni anni fa e sbloccato nel dicembre scorso dopo un periodo di fermo: il fondo della ricerca clinica indipendente gestito dall’Aifa, alimentato da un’apposita quota derivante dalla vendita dei farmaci. Ci sono poi raccolte fondi, come Telethon, o bandi e progetti europei ma se mettiamo tutto questo in rapporto alle esigenze della ricerca, che va da quella epidemiologica a quella sui farmaci, agli aspetti biologici, sociali ed economici delle malattie rare, e al numero di patologie, effettivamente la quantità è piuttosto scarsa”.

Al Bambino Gesù avete istituito anche un ambulatorio per malattie rare non diagnosticate: di cosa si tratta? Perché avete deciso di investire in questa iniziativa?

bambino gesù“E’ l’uovo di Colombo per un grande policlinico come il nostro. In partenza un ambulatorio è una struttura di tipo virtuale, perché una malattia non diagnosticata attraversa tutte le specializzazioni e non posso avere 40 professionisti che aspettano il primo malato che entra. Noi stimoliamo i pazienti a mandarci una domanda preliminare via internet o e-mail in cui ci dicono: ‘mio figlio ha una cardiopatia e un ritardo mentale’. Noi implementiamo il programma in modo che il giorno che viene da noi lo visitano sia il neurologo che il cardiologo. Dopo di che il paziente entra in un percorso, ognuno con un ‘case manager’ che lo segue. Ogni settimana abbiamo un ‘brain storming’, mediamente con una ventina di specialisti che discutono e affrontano i casi senza diagnosi degli ultimi giorni. A volte esce un’ipotesi diagnostica, altrimenti chiamiamo il paziente e facciamo l’analisi dell’esoma, ovvero il 2% dei geni codificanti. In questo modo nel 42% dei casi diamo un nome alla malattia. Questo esame è così importante che in un documento invitato a dicembre al Consiglio superiore di sanità abbiamo raccomandato che nei pochi centri che ne hanno le competenze venga offerto come servizio perché far analizzare il paziente e i genitori costa oggi 2500 euro (probabilmente fra un paio d’anni ne costerà mille) mentre un paziente senza diagnosi che gira per l’Italia alla famiglia e allo Stato costa un capitale. I macchinari non sono cari, vanno dai 200.000 ai 600.000 euro. La difficoltà è nell’interpretazione dei risultati. Bisognerebbe, come è stato fatto in altri Paesi come la Francia, centralizzare questi test. Non è che ogni Regione deve metter su il suo laboratorio. Servono consorzi sovraregionali, evitando una pletora di piattaforme tecnologiche che spesso non vengono utilizzate. In Italia ci sono già 5 centri che fanno queste analisi. Basterebbe implementarli o al limite farne un paio di più”.

Il prossimo 9 marzo a Vilnius partirà il progetto delle Reti europee di riferimento per le malattie rare. Com’è strutturato? Quali vantaggi ne deriveranno?

“Al momento sono 23-24 reti che partono con un numero di partecipanti variabile, da un minimo di 10-15 fino a 90. Complessivamente sono coinvolti circa 1000 centri e 350 ospedali. L’Italia ha più di 50 ospedali e 200 centri selezionati. Sono reti a vocazione assistenziale ma con grosse componenti di ricerca. Per quella che è la situazione in Italia non credo che avremo grandi vantaggi per la diagnostica, perché da noi ci sono tutte le strutture necessarie. Nel lungo periodo però ci sarà un beneficio che a mio parere è rappresentato dalla condivisione internazionale di casistiche e dalla ricerca, anche farmacologica. Il tallone d’Achille del sistema è che partono megareti senza soldi, ognuna con 200.000 euro che bastano solo per la parte burocratica e amministrativa. Se non ci saranno paralleli investimenti temo che resteranno una cosa buttata per aria. Servirebbe un impegno dell’Europa che al momento, purtroppo, non vedo”.

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