“Stand together”: un portale per aiutare i cristiani perseguitati Intervista al patriarca siro-cattolico di Antiochia, Sua Beatitudine Ignace Yousseff III Younan

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Un portale per far conoscere al mondo quello che tantissime organizzazioni fanno sul campo per aiutare i cristiani perseguitati, condividere le loro storie, spesso drammatiche, e farli sentire meno soli, non abbandonati, rispondendo così anche ai ripetuti appelli lanciati dal Papa a favore dei cristiani che vivono in situazioni di discriminazione. E’ il progetto “Stand together” presentato all’Ambasciata di Spagna presso la S. Sede che coinvolge Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, Associazione Amici di Rome Reports, Fundación Promoción Social de la Cultura e Associazione Iscom.

Come ha spiegato Antonio Olivié, Ceo di Rome Reports Tv, “vogliamo fare un lavoro di qualità, pubblicando sul sito web www.allstandtogether.com, realizzato in italiano, spagnolo e inglese, video e notizie di cristiani perseguitati non solo di nostra produzione. Siamo aperti al contributo di tutti”. Gli ha fatto eco Roberto Fontolan di CL aggiungendo che “più che il nostro sito vogliamo far conoscere direttamente chi opera sul terreno, in Medio Oriente, Africa e Asia, il grande bene che i cristiani rappresentano in queste regioni, la ricchezza, la bellezza, la profondità della presenza cristiana”. L’iniziativa è sostenuta anche dall’Ordine di Malta, rappresentata nell’occasione dal Grande Ospedaliere principe Dominique de La Rochefoucauld-Montbel proprio per il coinvolgimento in “prima linea” dello Smom nell’assistenza alle popolazioni che soffrono. Ospite d’onore della presentazione è stato Sua Beatitudine Ignace Youssef III Younan, patriarca siro-cattolico di Antiochia. “Il patriarcato non ha un territorio come una diocesi – ha spiegato – ma è esteso in vari Paesi, dalla Siria al Libano all’Iraq”.

E cosa sta facendo la Chiesa per i profughi?
“Quando i cristiani sono fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive verso il Kurdistan il nostro vescovo di Mosul ha aiutato migliaia di sfollati. Abbiamo cercato alloggi, realizzato dispensari medici, scuole, chiese per farli sentire come una comunità. In Libano pure cerchiamo di aiutare i profughi. C’è una legge che non li riconosce come rifugiati e perciò hanno bisogno di tutto. Abbiamo aperto una scuola speciale per 700-800 bambini iracheni con insegnanti iracheni e assicuriamo anche il trasporto perché le famiglie non si fidano a mandarli da soli nelle strade. Li aiutiamo anche con distribuzioni alimentari o nell’assistenza legale perché pochi ottengono la residenza in Libano e la maggioranza non ha documenti”.
Cosa si può fare per aiutare i rifugiati a non lasciare la loro terra o a tornare?
“Penso che si deve creare l’ambiente accogliente, pacifico per loro affinché possano ritornare, perché se sono qui vuol dire che sono minacciati, perseguitati oppure sono veramente in penuria di tutto: non hanno più niente. Qui è il problema essenziale del mondo Occidentale. Dobbiamo evitare che ogni singolo Paese vada lì a fare trattative per avere più vantaggi nel commercio; evitare il paternalismo: ‘Eh, sì questi non possono progredire, ci vuole tempo, accettiamoli come sono’; e poi il settarismo, cioè occorre avere un atteggiamento unico verso questo problema.

C’è la possibilità che le popolazioni cristiane locali possano diventare protagoniste di un cambiamento, magari con aiuti esterni?
“No. In Libano avevamo una popolazione equivalente tra le varie confessioni. Purtroppo la guerra dal 1975 al 1990 è stata una catastrofe, per tutti ma specialmente per i cristiani. Negli altri Paesi è impossibile, siamo piccole minoranze. Guardate in Egitto: i copti sono tra 8 e 10 milioni su 80 ma per avere un deputato devono usare la quota perché altrimenti non lo eleggono. Sono le moschee che dirigono le elezioni. Noi cerchiamo di vivere in pace con gli altri ma abbiamo bisogno di interventi più forti da parte della famiglia delle nazioni per dire a questi popoli ‘Vivete nel 21° secolo, non nel 7°’. Però ci deve essere un approccio unico”.
Quali sono i rapporti con le comunità musulmane e cosa vi aspettate concretamente dall’Occidente per quanto riguarda il processo di pace in Medio Oriente? “Le relazioni con i capi religiosi islamici sono buone però a livello diciamo politico-diplomatico per non dire che c’è fanatismo. Ci incontriamo, ci parliamo in Libano, in Iraq, in Siria, ma l’importante è che noi non possiamo fare di più, siamo oppressi da un fondamentalismo dell’Islam radicale che riceve finanziamenti. Speriamo che l’Europa si risvegli e trovi una soluzione adeguata”.

Parteciperà all’incontro di Al Azhar?
“Io non posso ma ho mandato il mio vescovo in Egitto. Siamo già stati altre volte… Vogliono far vedere al mondo che loro sono aperti. Ma finora nel sistema educativo di Azhar ci sono lezioni ai giovani che usano i versetti del Corano come sono. Alcuni sono tolleranti, altri molto meno e dicono che tutto è disceso dal cielo… quei due giovani che hanno ammazzato padre Hamel in Francia: come mai? Non lo conoscevano… Perché sono stati formati così. E lì che bisogna intervenire, Azhar deve riformarsi. Già ci sono dei musulmani che sono fuori dell’Egitto e del Medio Oriente che parlano di questo”.

E come giudica l’incontro del Papa con lo sceicco della moschea?
“E’ un passo diplomatico”.

I rifugiati non vogliono tornare a casa. Vi preoccupa?
“E’ la nostra più grande preoccupazione: come convincere la nostra gente a tornare nelle loro terre natali. Questo soprattutto per i giovani. Speriamo che la pace, la riconciliazione e la stabilità al più presto siano realizzate. Il problema è che ci sono agende geopolitiche che non ci coinvolgono. La nostra gioventù sta perdendo la virtù della speranza. Quando ho visitato la mia gente che è stata sradicata da Mosul e da NInive nell’agosto 2014 parlai col presidente del Kurdistan e mi disse che in qualche settimana, in qualche mese sarebbero tornati e anche loro col loro esercito per difenderli. Sono passati 2 anni e mezzo… 3 mesi fa, a novembre, nella piana di Ninive ho visitato le città cristiane. Metà delle case erano state incendiate, le chiese bruciate. Ho celebrato la messa nella chiesa più grande semidistrutta dal fuoco. Loro dicono: ‘come possiamo tornare se non c’è stabilità, senza una presenza governativa forte?’ Quando hanno bruciato case e chiese, solo nelle città cristiane, era un modo per dire non tornate più, non vi vogliamo. Se io avessi una famiglia con bambini non sarei tornato… e in Libano non sono considerati profughi e non saranno mai accettati come libanesi quindi dicono perché dobbiamo restare? Ora stanno cercando di andare soprattutto in Australia, Canada, alcuni negli Usa, ma meno, e in Svezia”.

Il Papa dice che nessuna religione è terrorista. Che ne pensa?
“Sono loro che devono provare questo, non sta a me e al Papa dirlo…”

Ha parlato con il S. Padre di recente? Gli ha chiesto di andare in Kurdistan?
“No, però c’è stato un vescovo e altri che lo hanno proposto. Mah, andare va bene. E perché? Noi saremmo molto contenti di avere la visita del S. Padre ma noi vogliamo dei fatti che possano rassicurare i nostri. C’è una differenza molto grande tra Paesi come i vostri e la nostra situazione”.

E la diplomazia vaticana cosa può fare in concreto?
“Sta facendo ma non è sufficiente. Durante il Sinodo del 2015 ho proposto al Vaticano di far chiamare il segretario di stato americano, il segretario dell’Onu, i ministri degli esteri cinese, russo e dell’Unione europea per dire: un’ora solo, vogliamo dirvi che le nostre comunità cristiane che non sono solo religiose ma hanno cultura, linguaggio di 2000 anni, la storia della Mesoptamia e della Siria corrono il rischio di sparire. Dovete fare qualcosa e basta con i vostri interessi per favore. Ma non se n’è fatto nulla”.

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