“VI SPIEGO LA COMUNIONE AI DIVORZIATI”

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L’interpretazione del capitolo ottavo dell’Amoris Laetitia continua a far discutere. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, autore di un opuscolo sull’argomento, ci riceve in un salottino del palazzo di piazza Pio XII per rispondere alle domande di In Terris.

Eminenza, non è in discussione la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio. Lei spiega nel suo scritto che in alcune circostanze è possibile per i divorziati accedere ai sacramenti. Non è una forma mascherata di accettazione del divorzio?

“Si dice chiaramente che queste situazioni non sono né legittime né regolari. Questo significa che il matrimonio è indissolubile, altrimenti si direbbe che queste unioni sono legittime perché sciogliendo il precedente matrimonio ci troviamo in questa nuova unione. Quindi chiaramente il presupposto è che il matrimonio è indissolubile”.

Ma questo come è compatibile con il discorso della grazia santificante necessaria per ricevere la Comunione?

“Faccio un caso che mi sembra emblematico, anche se non è l’unica forma in cui si verifica questa situazione. Una donna libera da vincoli matrimoniali va a convivere con una persona legata da un matrimonio canonico con tre bambini piccoli; questa donna alleva i tre bambini, non senza difficoltà salva la vita dell’uomo che stava disperandosi, c’è questa unione che dura da 10 anni. E’ un’unione illegittima, la donna se ne rende conto… forse all’inizio no ma adesso se ne rende conto. Vorrebbe cambiare, lasciare questa unione e tornare come prima. Ma non può farlo, almeno ora, perché, è importante anche la motivazione, danneggerebbe gravemente quattro persone, i 3 ragazzi che la considerano mamma e l’uomo che la considera come suo sostegno, la sua vita. Di fronte a questo desiderio, questo proposito di cambiare, nella impossibilità di farlo, il Papa dice guardiamo a questo proposito e diamogli tutta l’importanza. Questa persona è convertita, eh? Desiderosa di essere secondo la legge di Dio. Non può farlo, però, non può in questo momento attuare il suo proposito. E allora anziché dire ‘tu non sei in linea con la legge di Dio e quindi ti scarto, non ti do i sacramenti’, posso dire ‘tu sei in linea con la legge di Dio perché hai il proposito di cambiare ma non puoi farlo’. Si dà tutta l’importanza, tutto il valore al proposito tenendo conto che questo proposito non è oggi attuabile. Sarebbe come dire: il cristiano deve comportarsi così ma abbiamo un cristiano che per certi motivi non ha la capacità di agire, ha avuto una vita di un certo tipo e adesso non ha la capacità di comportarsi così; però ha il desiderio di vivere secondo questo ideale e allora farà quello che potrà. Agirà per il 50% dell’ideale, col desiderio di arrivare al 100%; e allora perché io devo aspettare che arrivi al 100% per dargli i Sacramenti e non posso cominciare a valorizzare il 50%? Non può fare di più ma ha l’intenzione di arrivare al 100%. Questo proposito, nell’impossibilità di fare di più, mi permette di riconoscere che per lui è l’ideale in questo momento, per lui è il massimo. Tutta la differenza ermeneutica è qui: c’è un massimo ideale e un massimo concreto. Parlo di massimo concreto perché per questa persona in queste condizioni il massimo è questo”.

Una simile apertura non rischia di creare alibi e quindi favorire quella cultura del provvisorio che il S. Padre critica tanto?

“Evidentemente la nostra catechesi deve essere tale da evitare questo pericolo, questa deriva, questa falsa interpretazione. Si tratta di predicare, di fare catechesi in modo che i fedeli possano capire. Anche se non è facile, ma quando mai il Vangelo, la dottrina cristiana è stata facile?”

Tra le condizioni che possono modificare la gravità del peccato si fa riferimento anche all’incapacità di ritenere come buona la norma morale…

“Sì, questo è facile”.

Non si rischia di introdurre così elementi di soggettività pericolosi?

“Se io non conosco la norma non la posso mettere in pratica. Il caso più frequente è che la conosco però ritengo, ho la convinzione che non sia buona. E questa convinzione in cosa consiste? Nel fatto che ho la certezza che la norma non è buona, non ha nessun valore. Ma perché ho questa certezza? Perché sono stato educato così, mi hanno sempre detto così e non ho colpa di questa mia certezza falsa. Perché se avessi colpa non sarebbe il caso che sto ipotizzando. E’ quella che in teologia morale si chiama coscienza erronea invincibilmente tale. In questo momento non ho colpa di quello che ritengo, falsamente, per me sia la cosa giusta. E se la norma mi dice una cosa diversa io dico ‘ma no, questa norma non ha valore’, il che è uguale a ignorare la norma”.

Come è cambiato l’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle convivenze?

“Ci possono essere matrimoni solo civili o convivenze di fatto. Innanzitutto sono unioni non legittime: tra due cristiani l’unione legittima è il matrimonio canonico, davanti alla Chiesa. Però la Chiesa dice: guardiamo agli elementi positivi che ci sono in questa unione, per esempio sono due che si vogliono veramente bene, non si sono ancor decisi per il matrimonio perché temono di non essere capaci di portare avanti questa unione specialmente se ci sono dei figli perché non hanno risorse economiche sufficienti, però intanto si vogliono bene, sono fedeli l’uno all’altra, hanno intenzione di creare una famiglia stabile, oppure sono sposati civilmente perché non hanno ancora capito l’importanza del matrimonio canonico e ritengono di essere a posto così (un caso di conoscenza della norma ma di non conoscenza del valore della norma, come dicevamo prima). Vediamo gli elementi positivi, magari sono ragazzi che si impegnano in chiesa, nella società… diamo importanza a questo però pastoralmente conduciamoli verso la pienezza di questa unione col sacramento del matrimonio. La linea è valorizzazione di quello che c’è di buono e dialogo per arrivare alla condizione piena”.

Ma in questo caso è possibile accedere ai sacramenti?

“Direi che bisogna essere un po’ più attenti. Sì, potrebbe essere un caso di concessione dei sacramenti se si verifica un caso di impossibilità analogo a quelli di cui abbiamo parlato, ma direi che bisogna essere molto attenti, non essere facili in questo discernimento, occorre prudenza e anche un certo grado di severità. Però i principi possono essere gli stessi.
La Chiesa, lo ricorda il Papa, non deve rinunciare a proporre l’ideale alto del matrimonio cristiano. Cosa si può fare per favorire la formazione dei giovani in questa direzione?
Il documento ne parla in varie occasioni, questo dell’educazione, della catechesi è continuamente richiamato. Si tratta di fare piani pastorali che portino a compimento questa intenzione della Chiesa di formare i fedeli alla comprensione del matrimonio, della famiglia. Tutto il Sinodo, e poi l’Amoris Laetitia, è stato in questa linea di far capire la bellezza del matrimonio. Anche il capitolo VIII inizia con un’esposizione su cos’è il matrimonio e ci si lamenta che certi giovani non lo capiscano bene, trascurino questa concezione, non siano ben formati”.

La posizione di quattro cardinali sull’esortazione è stata forse la più fragorosa ma non sembra completamente isolata nella Chiesa. Si tratta solo di “rigidità pastorale”, per usare parole del Papa? Non vede il rischio di dolorose fratture?

“Fratture dolorose non penso. E’ una mentalità però che è comprensibile. Mettiamo un esempio semplicissimo, una persona che non va mai a messa la domenica, perché ha contratto questa abitudine, ha impostato la sua domenica in un certo modo. Tu gli dici: no, devi andare a messa tutte le domeniche. ‘Ma so già che non ce la faccio, è la replica, dovrei cambiare tutta la mia impostazione. Però ho il desiderio di arrivare a quello’ e dice al confessore ‘ti prometto che andrò a messa una volta al mese. Di più non ce la faccio. Però ho il desiderio di arrivare ad andare tutte le domeniche…’ Io in confessionale lo assolvo, perché ha l’intenzione di andare tutte le domeniche ma ha l’impossibilità che è data dalla sua impostazione di vita che non può cambiare da un giorno all’altro. Hai il 25% di bene e il 75% di non bene però hai il proposito di arrivare al 100%. Benissimo, ti assolvo, vai all’Eucarestia… tendi però verso il 100%. Uno potrebbe dire: ‘il confessore ha valorizzato il 25% ma ha dimenticato il 75%, quindi è come se avesse detto che si può andare a messa una volta al mese’. Se uno ha questa paura che la valorizzazione del 25% significhi dire che si può andare a messa una volta al mese e quindi ha paura che la dottrina sia intorbidata da questa concessione, da questo riconoscimento del minimo, allora si ribella. Ma io non affermo che si può andare a messa una volta al mese. Dico solo che per questa persona, non potendo fare di più, questo è il massimo. C’è un massimo di proposito e un minimo di attuazione. Io metto insieme le due cose. La dottrina rimane sicura: a messa si va tutte le domeniche. Ma riconosco che per te questo è il massimo. E questo è molto bello, è l’ontologia concreta delle persone. Ho davanti una persona che non riesce ad andare a messa tutte le domeniche. Però ha il bellissimo proposito di andare e già lo mette in pratica per il 25%”.

Non c’è il rischio di disparità di trattamento nelle varie diocesi o parrocchie?

“Le persone sono diverse… Poi spetta alla Conferenza episcopale dare indicazioni che possono essere anche difficili però bisogna impegnarsi. Tu non hai davanti delle persone ideali, hai davanti persone concrete. Questa è la sottolineatura che il Papa ha fatto”.

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