Mani Pulite 25 anni dopo, Di Pietro: “Tangentopoli esiste ancora ma si è evoluta” Il 17 febbraio del 1992 l'arresto di Mario Chiesa aprì la stagione di processi e veleni che travolse la Prima Repubblica. L'ex pm: "Il malaffare si è riprogrammato"

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mani pulite

Il 17 febbraio 1992 l’allora sostituto procuratore della procura di Repubblica di Milano, Antonio Di Pietro, accompagnato dalla polizia s’introdusse nel Pio Albergo Trivulzio del capoluogo lombardo ed eseguì un mandato d’arresto di Mario Chiesa, esponente del Psi locale, beccato mentre intascava una bustarella da 7 milioni di lire. La notizia, lì per lì, venne seppellita nella cronaca locale, passando quasi inosservata. Nessuno poteva immaginare quello che di lì a poco sarebbe avvenuto. Era l’inizio di “Mani Pulite”, la grande inchiesta giudiziaria che in pochi mesi spazzò via i grandi protagonisti della Prima Repubblica – dalla Dc al Psi, passando per il Pri ma anche importanti pezzi del Pds – mutando per sempre il quadro politico italiano.

Il pool di giudici, guidato Francesco Saverio Borrelli e composto, oltre che da Di Pietro, anche Gerardo D’Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Armando Spataro, partendo da quel primo arresto, arrivò a colpire i pezzi da 90 della classe dirigente di allora. Tra questi Bettino Craxi, che il successivo dicembre ricevette un’informazione di garanzia per “la madre di tutte le tangenti”, quella di Enimont. In quest’ultimo scandalo sul banco degli imputati si alternarono personaggi del calibro di Arnaldo Forlani (Dc), Gianni De Michelis (Psi), Giorgio La Malfa (Pri) e Primo Greganti (Pds).

Le cifre di Tangentopoli furono impressionanti: 4.500 indagati e 3.200 richieste di rinvio a giudizio, mentre il totale delle mazzette e dei fondi neri avrebbe superato i 3.500 miliardi di euro.

Oggi, secondo il grande protagonista di quella stagione, la battaglia non è finita. “Il sistema della corruzione e del malaffare nella pubblica amministrazione è rimasto ma non come prima: si è ‘ingegnerizzato’ per garantirsi maggiore impunità – ha detto Di Pietro all’Ansa -. Dall’altra parte bisogna sottolineare, come dimostrano le inchieste quotidiane, che la magistratura, nella lotta alla corruzione, non ha abbassato la guardia”. L’ex magistrato ha ricordato che “Mani Pulite non aveva scopi politici ed è stata solo una inchiesta giudiziaria che ha preso ‘con le mani nella marmellata’ anche i politici. Non è stata colpa della magistratura se a rubare erano politici, uomini delle istituzioni e funzionari pubblici”. Tutt’altra cosa Tangentopoli: “Era il sistema del malaffare. C’era allora e c’è adesso solo che adesso, si è in sostanza riprogrammato in modo più sofisticato per garantirsi sempre più l’impunità”

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