Perché il protezionismo ci rende più poveri

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Quando si parla di protezionismo, spesso, i critici citano una frase che si fa risalire a Frédéric Bastiat “Dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Non ci sono prove che Bastiat abbia mai pronunciato questa frase però il concetto espresso descrive bene quello che sia il protezionismo di uno stato verso il mercato interno, una guerra vera e propria che si mostra a livello commerciale anziché a livello comunemente definito bellico.

In un sistema di mercato libero, infatti, se uno degli attori applicasse delle politiche protezionistiche genererebbe un vantaggio verso i produttori interni che avrebbero la possibilità di competere in maniera più facilitata verso i concorrenti esteri a livello di prezzo. Proprio su questa ipotesi il premio Nobel Paul Krugman afferma che questo tipo di politiche attuate dagli stati pur alterando il libero mercato, presentino aspetti positivi stimolando la produzione nazionale con interventi statali ad hoc che, pur ricadendo fiscalmente sui contribuenti nazionali, porterebbero a una incisiva riduzione della disoccupazione e ad una nuova crescita economica.

Questa è una visione, certo, ma il punto base che sfugge all’economista americano è che la crescita economica e il calo della disoccupazione conseguente alle misure protezionistiche, cosa da dimostrare in ogni caso, siano pagate dai cittadini con un livello di prezzi più elevato che, da una parte, andrebbe a compensare i dazi che lo stato richiede (una forma di imposizione fiscale diretta) e, dall’altra, a sussidiare delle aziende produttrici interne che non avrebbero alcuno stimolo a efficientarsi e a migliorare qualitativamente la propria proposta.

Ciò detto pare evidente che un sistema protezionistico non contribuisca all’efficienza del mercato né alla crescita economica che, invece, sarà alterata da un contributo fiscale aggiuntivo che altro non fa che ridurre il potere di acquisto dei cittadini costringendoli a cercare un nuovo equilibrio tra i bisogni e la capacità di spesa, orientandosi o su beni succedanei di minor costo (e qualità ovviamente) o riducendone le quantità acquistate.

Un libero commercio tra le nazioni, inoltre, è la via migliore per spingere verso un miglioramento delle condizioni di vita degli stati più poveri visto che, al di là della retorica sullo sfruttamento dei Paesi in via di sviluppo, stimolare industria e produzione non farebbe altro che spingere anche i salari verso l’alto portando un miglioramento reddituale generale e, praticamente, operando una vera e propria redistribuzione del reddito che avverrebbe non per imposizione politica e a discapito di tutti ma attraverso un sistema virtuoso di crescita e di scambio, attraverso la continua riqualificazione professionale dei lavoratori e all’incremento dei salari reali.

I dati della Banca Mondiale, infatti, mostrano che negli ultimi 100 anni il livello di povertà assoluta sia crollato dall’80% della popolazione mondiale a meno del 10% con un’accelerazione al ribasso iniziata con la progressiva apertura dei mercati in seno agli accordi Gatt dagli anni 60 ad oggi.

Perché, allora, oggi si torna a parlare di politiche protezionistiche se gli effetti dell’apertura dei mercati sono, evidentemente, altamente positivi? La risposta sembrerebbe banale ma risiede nelle c.d. “regole del gioco”.

Le politiche protezionistiche, infatti, non si esplicano solo con l’imposizione di dazi doganali all’ingresso o nel contingentamento dei volumi di importazione per alcune tipologie di merci ma possono essere rappresentate anche da sovvenzioni o sgravi fiscali ad hoc per le aziende locali e da sistemi di dumping sui prezzi (sostenuti compensati da trasferimenti statali) o da politiche valutarie, diciamo, “flessibili” atte a creare un vantaggio competitivo delle merci prodotte in uno stato.

Tutte queste tipologie di intervento, come già detto, alla fine sono pagate dai cittadini tramite un maggior livello dei prezzi, nel caso dei dazi, da un livello più elevato di pressione fiscale, nel caso del dumping di Stato, o da una perdita di potere d’acquisto per via inflazionistica, nel caso delle politiche monetarie (oggi molto in voga tra i c.d. “sovranisti”).

È evidente che all’interno degli accordi Gatt e in seno alla Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio che ne è figlia, pratiche del genere non sarebbero ammesse, anzi sarebbero previste delle sanzioni per gli Stati membri che ne facessero uso perché andrebbero a falsare e condizionare i mercati e creare delle criticità che, nel medio periodo, potrebbero danneggiare sia i consumatori sia, in generale, l’efficienza stessa dei mercati.

La Wto, però, non ha mezzi per far rispettare le “regole del gioco” e molti sistemi Paese, allora, da sempre attuano politiche a protezione delle proprie merci a dispetto delle condanne o degli avvertimenti di questa organizzazione. Da qui alla previsione di dazi e agevolazioni fiscali a sostegno delle industrie interne per fronteggiare la concorrenza sleale da parte di altri sistemi concorrenti (uno per tutti la Cina, ad esempio) il passo è breve e, alla fine, facilmente comprensibile.

È chiaro che, in generale, non sia una politica “neomercantilista” la risposta verso le asimmetrie di mercato, visto che il richiamo al dumping salariale esistente in molte parti del mondo non è un argomento veramente centrale con il costo del lavoro che, mediamente, incide in un’azienda manifatturiera circa il 15% sul prezzo finale, ma che un sistema di sanzioni coordinato e generalizzato verso chi operasse in regime di dumping (sui prezzi tout court o per via valutaria) sia l’unica soluzione sia per permettere un sistema più efficiente di scambi sia per spingere un maggiore benessere tra i consumatori che, alla fine, sono all’origine di ogni successo aziendale che verrebbe meno in caso il potere d’acquisto e le aspettative sul futuro cominciassero a degradare che è il risultato, alla fine, di ogni sistema protezionistico.

Il vero problema sta nella concertazione di tutte le istanze da parte dei Paesi aderenti al sistema si scambi incarnato dalla Wto e dall’impossibilità di difendersi efficientemente a livello di sistema dai competitori scorretti proprio per la frammentazione degli interessi rappresentati in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ecco perché negli ultimi anni sono riapparse le spinte verso un maggiore controllo delle dogane e di limitazione alle importazioni unite a trattati di libero scambio bilaterali con partner selezionati.
Come dire, con una metafora sportiva, “se non esistesse un arbitro per far rispettare le regole a tutti i partecipanti mi chiudo in difesa con una squadra di fiducia” e questo sembrerebbe essere il trend per il futuro prossimo, non certo efficiente, non certo uno stimolo alla crescita ma una ricerca di certezze e di protezione che potrà provocare criticità diplomatiche, chiamiamole così, che si pensavano superate da anni.

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2 COMMENTS

  1. Anche noi abbiamo avuto, in tempi molto recenti, un mini-protezionismo nel settore automobilistico. C’é stato un periodo in cui l’importazione di auto giapponesi era sensibilmente gravata da dazi, e quindi i nostri acquirenti erano obbligati a spostarsi verso i prodotti nazionali. Però un bene deve essere acquistato solo perché incarna il miglior rapporto qualità/prezzo: solo la concorrenza migliora il prodotto, altrimenti il costruttore non ha nessuno stimolo a migliorarlo. Non per niente, il periodo di cui parlavo corrisponde a quello in cui le case automobilistiche italiane mettevano sul mercato i peggiori esemplari: ricorderete tutti quell’aborto su quattro ruote che si chiamava Duna…

    • A proposito del protezionismo sulle auto, ieri a Radio 24, nella trasmissione di Oscar Giannino, si parlava dell’evoluzione dei motori e del perché le auto europee spesso su strada vanno a infrangere i limiti di emissione dei gas inquinanti.
      Il protezionismo degli ultimi 30 anni, per evitare l’ingresso di competitors esteri, e una certa voracità fiscale che ha spinto a tassare all’inverosimile le alte cilindrate (chi ricorda il superbollo sopra i 2’000 cc) ha spinto i produttori europei a cercare soluzioni di maggior potenza a cilindrate più basse “comprimendo” i motori, cosa questa che genera una gran parte di idrocarburi incombusti, dovuti all’iniezione e al passaggio di stato dei carburanti che abbassando la temperatura nel motore riduce l’efficienza della combustione, rispetto alle equivalenti auto americane caratterizzate da cilindrate e potenze molto maggiori.
      Questo, quello ambientale, è un altro aspetto che andrebbe considerato come conseguenza delle miopi politiche dei governi europei.

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