Una santa per gli schiavi

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Santa Bakhita, è nata nel Sudan nel 1869, resa schiava fu venduta più volte conoscendo sofferenze fisiche e morali, venne poi comprata da un console italiano e liberata. Successivamente intraprese un cammino nella sequela di Gesù nell’ordine delle Canossiane di Venezia. Dopo la morte fu canonizzata da Giovanni Paolo II.

A lei vengono affidate le tante donne che ancora oggi, sulle strade del nostro Paese continuano a essere sfruttate, prima di tutto dai clienti che foraggiano il racket della prostituzione e spingono gran parte dei politici a invocare leggi per la legalizzazione del meretricio. E’ la paura di perdere milioni di voti, come sosteneva don Oreste Benzi, il quale quotidianamente scendeva in strada per liberare queste ragazze, molto spesso minorenni.

In questi giorni la Comunità Papa Giovanni XXIII, proprio in occasione della festa di santa Bakhita marcia attraverso le nostre città con gli uomini e donne di buona volontà, con i vescovi, i sacerdoti, i consacrate e soprattutto con le ragazze liberate per non tacere, per essere voce di chi non ha voce e per lanciare la campagna “Questo è il mio corpo “ affinché i politici, ma anche i singoli cittadini, gli enti locali, le associazioni, i movimenti e le ong si mobilitino per chiedere una legge che fermi la domanda, perché la prostituzione viola la dignità e i diritti umani e i clienti sono complici della riduzione in schiavitù e dello sfruttamento.

Non si può più tacere di fronte ai 21 milioni di persone vittime di tratta nel mondo, di cui il 49% donne e 33% minori. In Italia si stima che le vittime della prostituzione si aggirino intorno alle 100.000 unità. Il 65% in strada. Mentre circa 9 milioni di persone hanno usufruito di prestazioni sessuali a pagamento.

Nessuna donna nasce prostituta, qualcuno ce la fa diventare. “Quanto soffri?” chiedeva don Oreste alle ragazze. E’ quello che continuiamo a chiedere con i giovani sulle strade di diverse città italiane. Per questo vi aspettiamo a Piacenza, Ferrara, Verona, Torino per pregare il buon Dio affinché liberi le sue figlie.

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