Il riscatto dei bambini soldato

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“Quando ero piccola ho avuto un sacco di problemi con il mio patrigno. Spesso arrivava ubriaco a casa, mi picchiava e mi lasciava lividi. Mi ha picchiato anche con dei bastoni caldi, appena tolti dal fuoco. Ha anche cercato di abusare di me, ma io mi sono rifiutata e ho raccontato tutto alla mia mamma. Ma lei non mi ha creduto. Non sentivo il suo amore e per questo ho deciso di unirmi alla guerriglia”. Così, a soli tredici anni, e con un tentato suicido alle spalle, Catalina decide di lasciare la sua casa e di unirsi alla guerriglia. Lei, insieme a Manuel – un ragazzo che per alcuni aspetti ha una storia molto simile alla sua – è la protagonista del documentario “Alto el fuego“, realizzato dalla Misiones Salesianas. Si tratta di un focus sulla storia dei minori che vengono arruolati nelle file dei vari gruppi di guerriglieri che da oltre 50 anni sono impegnati in un conflitto contro il Governo Colombiano. I Salesiani che operano nella Ciudad don Bosco, hanno dato il via a un progetto che accoglie, aiuta a superare i traumi della guerra e accompagna questi giovani verso il loro reinserimento nella società.

Il soldato perfetto

Dopo aver abbandonato la loro casa – per problemi familiari o perché non ci sono abbastanza soldi – per questi ragazzi non resta che un’unica soluzione per poter sopravvivere: la guerriglia. I gruppi armati, i paramilitari, l’Eln (Esercito di liberazione nazionale), le Farc (forze armate rivoluzionarie della Colombia), “reclutano bambini, bambine, adolescenti e giovani – spiega padre Rafael Bejarano, salesiano direttore della Ciudad don Bosco di Medellin – perché sono prede facili”. “Sono soldati perfetti perché: ‘Se non lo fai, ti ammazziamo’. E’ un terrorismo psicologico permanente – spiega nel documentario padre Bejarano -. Sono i primi che iniziano a pensare: ‘Devo farlo per proteggere la mia famiglia. E devo farlo bene‘”.

Lo sfruttamento sessuale

Oltre ad essere mandate a combattere le bambine e le adolescenti vengono considerate un oggetto sessuale. Vengono fatte fidanzare in giovanissima età, circa 9-10 anni e subito inizia il loro sfruttamento. Vengono tenute come spose o come amanti dei comandanti più alti. Ci sono ragazze che hanno perso figli perché costrette ad abortire o, più semplicemente perché i guerriglieri aspettano che il bambino nasca e poi lo regalano alle popolazioni vicine. Alcune ragazze che a 15-16 anni sono state obbligate ad abortire cinque o sei volte.

La Ciudad don Bosco e il metodo salesiano

“Il nostro metodo salesiano è molto semplice. Parliamo di pedagogia della fiducia che genera fiducia – spiega nel documentario James Areiza, coordinatore dei progetti di protezione e prevenzione -. Li riceviamo con un abbraccio. Per prima cosa il ragazzo deve sentirsi accolto”. Poi avviene tutto il processo di ripristino dei suoi diritti. Il team che li accoglie è composta da una coordinatrice, due psicologi, due assistenti sociali e un gruppo di educatori, tutti formati a livello salesiano. Questi giovani vengono educati, formati e inseriti nel mondo del lavoro.

Il cessate il fuoco e la speranza della pace

Lo scorso 29 settembre, a Cartagena de Indias, il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, e il comandante delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, Rodrigo Lodrono detto Timochenko, hanno firmato l’accordo di pace che ha posto fin al più lungo conflitto armato del continente. Il testo dell’intesa è stato sottoscritto con un baligrafo, ossia una pallottola, “bala”, trasformata in una penna stilografica. Ma come ha sottolineato padre Rafael durante la presentazione del documentario, la “pace in Colombia è ancora lontana“. Questo perché l’intesa, fino ad ora, è stata firmata solo con le Farc, ma ci sono altri gruppi di guerriglia che seminano distruzione e morte nel Paese. Tra questi l’Esercito di liberazione nazionale con cui Bogotà inizierà i colloqui di pace il prossimo 7 febbraio a Quito, in Ecuador.

I numeri del conflitto

La guerra civile in Colombia – unico Paese dell’America in cui ancora oggi esistono bambini soldato – è esplosa approssimativamente fra il 1964 e il 1966, anni in cui furono fondati i due principali movimenti guerriglieri: Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) ed Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), che iniziarono una lotta armata contro le amministrazioni del governo. In oltre 50 anni, il conflitto ha causato 260 mila morti, 45 mila desaparecidos e 6,9 milioni di sfollati.

La Colombia di cui nessuno parla

“Il mio Paese non è molto ben conosciuto nel mondo – ha spiegato padre Rafael -. Quando si parla della Colombia, la stampa estera la descrive solamente come la ‘patria’ della droga, del narcotraffico e della guerriglia. Ma non è così, la Colombia è bella, possiede molte risorse e ricchezza naturali e dentro i suoi confini si intrecciano culture diverse. In questi 52 anni di conflitto si è sempre parlato delle violenze e degli scontri ma, in realtà, sono anche l’espressione di una nazione che vuole costruire la sua democrazia. I colombiani desiderano la pace, ma non nascondono i loro problemi, non vogliono occultare la realtà, ma affrontarla”.

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