Dietro le quinte dell’odio: la propaganda antisemita nella mostra “La razza nemica” Volantini, giornali, film: la macchina della discriminazione razziale e il suo ruolo nell'orrore dell'Olocausto raccontati in un'inedita esposizione

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propaganda antisemita

L’odio razziale non è nato in un giorno. E’ un percorso antropologico, che parte dal pregiudizio, dalla stereotipata concezione di un individuo in base alla sua appartenenza etnica. Ma, di certo, durante gli anni del nazismo in Germania, e del fascismo in Italia, l’accelerazione di tale percorso è stata fin troppo evidente, fomentata dall’opera di propaganda messa in atto dai due regimi totalitari, volti a screditare prima e a reprimere poi gli appartenenti all’invisa categoria etichettata come “razza inferiore”. Vignette ironiche, manifesti discriminanti: la capacità dei mezzi d’informazione dell’epoca di veicolare un messaggio di diffidenza e discredito nei confronti della popolazione ebraica d’Europa può essere considerata, al pari di qualsiasi ancestrale stereotipo, una delle cause alla base della mostruosità razziale dell’Olocausto.

Un odio quotidiano

Dall’ironia alla strage, nello spazio di qualche anno. Una propaganda insistita, pressante, che oggi viene mostrata, per la prima volta, in un’esposizione a tema allestita presso la “Casina dei Vallati”, al Portico d’Ottavia, e intitolata “La razza nemica – La propaganda antisemita nazista e fascista”. Un altro punto di vista, forse inedito per molti, attraverso il quale leggere l’orrore dell’antisemitismo della prima metà del ‘900. Una finestra per la prima volta aperta sul “dietro le quinte” dell’odio, sull’operante macchina del disprezzo, così costante da penetrare, quasi in silenzio, nella quotidianità e nei modi di pensare della popolazione civile. L’intento della retrospettiva, è mettere in evidenza quanto l’incidenza di tale operato dei totalitarismi abbia giocato un ruolo determinante in quanto sarebbe accaduto in seguito, dalle leggi razziali fino ai campi di concentramento.

Il sonno dell’umanità

“Questa mostra – ha spiegato Mario Venezia, presidente della fondazione “Museo della Shoah” – spiega come all’epoca si sia partiti da vignette e battute, e poi si sia arrivati alle conseguenze che conosciamo. Dalla denigrazione verbale e scritta si arriva agli atti concreti. Ecco, questo è il messaggio”. Un grande numero di documenti verrà esposto dal 30 gennaio fino al 7 maggio: osservando le trame denigratori dell’informazione quotidiana, tra giornali e strisce di fumetti per bambini, emerge il pregiudizio razziale che contraddistinse, in una tremenda narcotizzazione della ragione umana, il modus operandi delle due dittature. Dai manifesti, ai volantini, fino ad arrivare a una vera e propria filmografia antisemita (come il tristemente noto film “Suss, l’ebreo”): tanti e terribili gli strumenti dell’odio, raccolti in un percorso nella memoria storica della società di allora, capace di spegnere la luce della civiltà attraverso quegli stessi mezzi che ne avevano garantito l’evoluzione. Un confronto duro ma necessario, oggi più che mai, in un momento storico nel quale la comunicazione è parte integrante (e influente) della nostra quotidianità.

Foto: Ansa

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