Perché in Italia non si assume più

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Mercoledì 11 gennaio la Corte Costituzionale ha rigettato l’ammissione del quesito referendario, promosso dalla Cgil, riguardante l’abolizione delle modifiche che il Jobs Act ha apportato all’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (la Legge 20 maggio 1970 n. 300) che puntava a riammettere in ogni caso il reintegro del lavoratore, su disposto del Giudice, in caso di licenziamento illecito e ad estendere questa possibilità anche ai dipendenti delle aziende con meno di quindici dipendenti che ne erano escluse fin dal testo originario.

Già quest’ultimo punto sarebbe giustificativo alla cassazione del quesito, volendo vedere, poiché pur formalmente abrogativo, cancellando una parte del testo, si sarebbe configurato come un intervento di fatto propositivo, causale esclusa categoricamente dall’istituto referendario nel primo comma dell’art.75 della Costituzione Italiana; il punto vero relativo alla querelle che da oltre quindici anni accompagna la discussione su questa norma, però, non è relativa né alle sue previsioni né alle possibili estensioni nell’applicazione.
Fin dal secondo governo Berlusconi si sono alzati gli strali a difesa dei diritti dei lavoratori che deriverebbero da questo art.18, ormai eletto a totem sia dai difensori sia da chi ne vorrebbe una vera e propria riforma o l’abolizione tout court.

A questo punto sgombriamo il campo da ogni fraintendimento, l’art.18 non rappresenta alcun diritto per un lavoratore e neppure alcuna guarentigia reale. Questo disposto, fin dalla prima redazione, si configura meramente come una norma sanzionatoria in caso di illecito così come riconosciuto e descritto in un’altra legge, la 604/66, che disciplina il licenziamento individuale.

Se, poi, si volesse essere pignoli nella storia del diritto del lavoro italiano le cause per licenziamento illecito che si siano concluse con il reintegro del dipendente sono pochissime, quasi tutte, infatti, sono terminate con un risarcimento pecuniario anche perché in quanti sarebbero disposti a rientrare sotto un datore di lavoro che aveva interrotto il rapporto contrattuale per “futili motivi” o, addirittura, per motivazioni discriminatorie?

Detto questo tutta la normativa inerente ai licenziamenti individuali era già stata modificata sotto il governo Monti, con la c.d. Legge Fornero (la Legge 92/12) e il Jobs Act non aveva portato delle modifiche sostanziali all’impianto che, comunque si rigiri a livello retorico, non ha generato alcuna “precarizzazione” ulteriore del mercato del lavoro.

Specularmente si può vedere la cosa dal lato delle aziende o degli investitori esteri.
Molti dei sostenitori della necessità di abolizione o di rettifica dell’art. 18 indicavano in questo la vera “rigidità” del mercato del lavoro che rendeva meno conveniente l’assunzione di un dipendente o l’investimento in attività produttive in Italia. Anche questo è un punto ai limiti del paradosso, volendo vedere.

Di grosse difficoltà alla “flessibilità in uscita”, in verità, non ce ne sono mai state se non la notoria lentezza della giustizia italiana nella gestione delle cause civili, anche quelle di lavoro, con il relativo moltiplicarsi dei costi inerenti per i datori di lavoro. In caso di grandi aziende o di eventuali gruppi esteri, invece, la normativa italiana già consente degli istituti che permettono di gestire la flessibilità occupazionale, dalle norme sui licenziamenti collettivi a quella sugli ammortizzatori sociali tra cui una delle vere anomalie del sistema italiano che è la Cassa Integrazione Guadagni.

Quest’ultima, volendo vedere, è un sussidio alle aziende fenomenale perché permette di spostare a carico della collettività una gran parte dei costi del personale anche in caso di ristrutturazioni aziendali, ovviamente pagando lo scotto di una tassazione e contribuzione elevatissima, forse addirittura la più elevata al mondo. Quest’ultimo punto, ci siamo arrivati, rappresenta il vero vulnus del mercato del lavoro italiano.

Non è il “cuneo fiscale”, di prodiana memoria, ad essere un disincentivo alle assunzioni (ci sono stati in cui esso è ben più pesante con un livello occupazionale ben maggiore, come la Germania ad esempio), non è una flessibilità in entrata e in uscita ridotta ad essere un blocco alle assunzioni ma sono i costi relativi alla fiscalità e quelli indiretti dovuti alla burocrazia a diventare quasi insostenibili.

Parliamo di costi energetici (i più elevati a livello Ocse), di quelli logistici dovuti all’inefficienza della rete stradale e dei trasporti in generis, della pressione fiscale generale, quel Global Corporate Tax Rate che abbiamo imparato a conoscere dalle rilevazioni della Cgia di Mestre, che rendono il costo del lavoro l’unica vera variabile su cui è possibile agire in tempi brevi per ottimizzare il Conto Economico e da qui al ricorso a continue riduzioni del personale e alla sostituzione con strumenti robotizzati o, addirittura, con delocalizzazioni produttive il passo è brevissimo.

L’unica soluzione al problema lavoro, quindi, va verso una riduzione e a una semplificazione fiscale su ogni capitoli di prelievo, dai redditi alle accise energetiche, e alla semplificazione burocratica nella gestione ordinaria della vita d’impresa, il tutto unito da una decisa modificazione del sistema contrattuale per il lavoro dipendente. Tre fattispecie contrattuali, tempo indeterminato, tempo determinato e a chiamata, non sarebbero sufficienti e di più facile gestione sia per la gestione interna aziendale sia per il controllo da parte delle autorità sulla regolarità dei rapporti?

Un impianto del genere contribuirebbe in maniera sostanziale a una fluidificazione del mercato occupazionale e a permettere anche una ripresa della domanda di lavoro, spinta dalla maggiore convenienza, anche produttiva, della risorsa umana rispetto a quello dei sistemi robotizzati o del ricorso al continuo lavoro straordinario per sopperire alle esigenze produttive. Ovviamente tutto questo non potrebbe non accompagnarsi con incentivi al continuo sviluppo professionale del personale dipendente mediante percorsi di formazione continua, rendendo, così, la visione, miope senza dubbio, del lavoro come un mero costo da contenere come quella di un investimento a lungo termine che potrebbe essere anche assai redditizio.

Sarebbe ora, quindi, di aprire veramente una discussione a 360 gradi sul tema, tra governo e parti sociali, eliminando ogni posizione pregiudiziale perché in gioco non ci sono solo i diritti dei lavoratori ma la tenuta stessa del sistema Italia.

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