Non è un Paese per bambini

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BAMBINI

Save the Children, nel suo settimo “Atlante per l’Infanzia”, pubblicato in vista della Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ci racconta un Paese, visto con gli occhi dei minori, sempre più povero. “In Italia quasi 1 minore su 3 è a rischio povertà ed esclusione sociale. I bambini di 4 famiglie povere su 10 soffrono il freddo d’inverno perché vivono in case non riscaldate, mentre 1 bambino su 10 vive in abitazioni non abbastanza luminose; 1 su 20 non possiede giochi a casa o da usare all’aria aperta, mentre più di 1 su 10 non può permettersi di praticare sport o frequentare corsi extrascolastici”.

Se il nostro, oltre a non essere un Paese per lavoratori e lavoratrici, per pensionate e pensionati, per donne e anziani, non lo è anche per i bambini, allora c’è da chiedersi: dove stiamo andando? Che futuro stiamo costruendo? Domande che richiedono risposte urgenti e immediate, a partire da politiche vere di supporto a tutte quelle famiglie che vivono in forti condizioni di disagio economico. Siamo in attesa da tempo dell’approvazione del disegno di legge delega sulla povertà, fermo attualmente al Senato, su cui convergono tutti, governo, opposizione e parti sociali e che porterebbe sicuramente giovamento in questa direzione. Approvarlo entro fine anno, pertanto, come sostiene la Cisl, diventa essenziale per avviare già dal 2017 un percorso equilibrato e sostenibile di sostegno agli incapienti ed arrivare nel 2020, secondo la tabella di marcia, con modalità corrette e risorse adeguate, all’istituzione del cosiddetto Reis, reddito d’inclusione sociale.

La povertà delle famiglie e dei minori nasce e si sviluppa non solo per la mancanza o la perdita del posto di lavoro, complice la crisi, ma anche per la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Come Coordinamento nazionale donne, siamo sempre più convinte che il lavoro delle donne genera altro lavoro, ad esempio nei servizi, protegge la famiglia dal rischio di povertà e assicura il benessere della stessa e soprattutto dei figli. Per questo incentivare l’accesso e favorirne la permanenza femminile al lavoro devono rimanere obiettivi prioritari. Senza il lavoro, le donne e le coppie faticano inoltre a fare progetti di vita e a fare figli. Non dimentichiamoci, che i minori non solo soffrono le situazioni descritte da Save the Children, ma ne nascono sempre meno; nel 2015 sono nati appena 488 mila bambini, il dato più basso dall’Unità d’Italia. Dobbiamo, dunque, restituire, attraverso la promozione e la tutela del lavoro delle donne, anche valore sociale alla maternità, di garanzia del futuro e non relegarla ad un fatto privato di coppia.

Un tema questo fondamentale, di cui si è discusso ampiamente anche a Genova in un Convegno promosso dal Comune e dalla Regione, da Cgil Cisl e Uil e altre Associazioni e a cui abbiamo preso parte come Coordinamento nazionale donne. Le donne non devono essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità ma essere libere di farlo quando lo desiderano, senza che ciò diventi il pretesto per abbandonare il posto di lavoro o essere licenziate, come succede nel caso delle “dimissioni in bianco”. Necessita, dunque, un mix di interventi che sviluppi politiche fiscali a vantaggio delle famiglie, specie quelle più bisognose, insieme ad una crescita qualitativa e quantitativa dei servizi a disposizione per l’infanzia e per la cura familiare, in grado di dare impulso alla conciliazione tra vita e lavoro e alla condivisione delle responsabilità di cura, fondamentali per garantire l’incremento e la tenuta dell’occupazione femminile.

Le misure una tantum non funzionano e non servono a ridare slancio alle tante famiglie in difficoltà, ai bambini che vivono di riflesso condizioni difficili, alla maternità e anche alla ripresa della nostra economia. Bisogna fare presto per evitare che il malanno della povertà si propaghi e si trasformi in una malattia inguaribile.

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