Bergoglio a Santa Marta: “La corruzione è una forma di bestemmia” Riportiamo il testo integrale dell'omelia del Pontefice pronunciata nella Messa mattutina a Santa Marta

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“In quest’ultima settimana dell’anno liturgico — ha fatto subito notare il Papa — la Chiesa si impegna nel farci riflettere sulla fine, perché ci sarà una fine: una fine del mondo, una fine di ognuno di noi”. E “la Chiesa vuole che noi riflettiamo su questo: come sarà la fine”. In questi giorni, ha precisato, “abbiamo riflettuto seguendo le letture: oggi vorrei fermarmi soltanto, sempre seguendo le letture, su tre voci, tre voci che appaiono nelle liturgia della parola: un grido, una voce potente e una voce sussurrata”.

La prima voce proposta da Francesco è, dunque, “il grido”: il riferimento è al grido «a gran voce» dell’angelo, come si legge nel brano tratto dal libro dell’Apocalisse (18,1-2.21-23; 19,1-3.9) proposto nella prima lettura. L’angelo «gridò a gran voce: “È caduta Babilonia”». Che, ha spiegato il Papa, «seminava la corruzione nei cuori della gente, ci portava a tutti noi, e ci porta a tutti noi, per la strada della corruzione».

«La corruzione — ha spiegato — è il modo di vivere nella bestemmia, la corruzione è una forma di bestemmia, il linguaggio di questa Babilonia, di questa mondanità, bestemmia: non c’è Dio», ma «c’è il Dio denaro, il Dio benessere, il Dio sfruttamento».

Il Pontefice ha continuato affermando che «questa Babilonia, questa mondanità, questa regalità del mondo che seduce i grandi della terra — alcuni non cadono e sono santi, altri cadono dal potere della corruzione, il “potere della bestemmia” — cadrà, questa civiltà cadrà e il grido dell’angelo è un grido di vittoria: “È caduta”». Così finisce Babilonia «che ingannava con le sue seduzioni. E l’impero della vanità, dell’orgoglio cadrà, come è caduto Satana, cadrà».

Ecco poi la seconda voce, «potente, ma non di un angelo», raccontata da Giovanni nello stesso passo dell’Apocalisse: «Dopo questo, udii come una voce potente di folla immensa nel cielo che diceva: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio”». E «contrariamente al grido dell’angelo, che era un grido di vittoria perché era caduta questa città corrotta, questa civiltà corrotta — ha spiegato il Papa — c’è il grido della folla, del popolo di Dio, il grido di lode: “Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio, perché veri e giusti sono i suoi giudizi”».

Questa, ha detto il Pontefice, «è la voce potente dell’adorazione, dell’adorazione del popolo di Dio che si salva, e anche del popolo in cammino che ancora è sulla terra». Il popolo di Dio, ha proseguito, è «peccatore ma non corrotto: peccatore che sa chiedere perdono, peccatore che cerca la salvezza di Gesù Cristo». E «questo popolo si rallegra quando vede la fine: è la gioia della vittoria nel popolo di Dio che si fa adorazione, è la voce potente dell’adorare».

«Sempre — ha affermato Francesco — il nostro atteggiamento è positivo. Noi non possiamo rimanere soltanto col primo grido dell’angelo se non c’è quest’altro, questa voce potente dell’adorazione di Dio, il Signore». Il primo «grido» è, dunque, «la caduta». E «il secondo invece l’adorazione». Ma «per poter adorare dobbiamo incominciare qui a fare l’adorazione e per i cristiani non è facile adorare: noi siamo bravi quando preghiamo chiedendo qualcosa». E «quando preghiamo ringraziamo anche il Signore» oppure preghiamo «per gli altri: siamo bravi, sappiamo farlo». Ma «adorare, la preghiera di adorazione, di lode, quella non è facile farla», ha rimarcato il Pontefice. Per questo «dobbiamo impararla, dobbiamo impararla da adesso per non impararla di fretta quando arriveremo là». Francesco ha invitato a mettersi «davanti al Signore, davanti al tabernacolo, in silenzio» e «adorare». L’adorazione infatti è una «bella preghiera perché questa preghiera dice soltanto: “Tu sei Dio, io sono un povero figlio amato da te». E «questo è molto bello: adorare».

«La terza voce» proposta dal Papa, infine, «non è né un grido né una voce potente: è una voce sussurrata, è un sussurro». Si legge infatti nel brano dell’Apocalisse: «Allora l’angelo mi disse: “Scrivi, beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”».

«L’invito del Signore — ha spiegato — è sempre una voce sussurrata, è una voce soave, come dice il libro dei Re. Dio parla a Elia, con “un filo di silenzio sonoro”: che bello! La voce di Dio, quando parla al cuore è così: come un filo di silenzio sonoro, il sussurro di Dio». È proprio «quell’invito, quella promessa che ci ha fatto, al popolo: “Io lo chiamerò, io lo porterò al deserto e gli parlerò al cuore”, con questa voce soave».

«E sarà — ha affermato il Papa — la fine, la nostra salvezza, questo invito: invito al banchetto di nozze dell’agnello». Questo «ci fa pensare che quelli che sono riusciti a entrare nel banchetto, secondo la parabola di Gesù, non sono stati gli invitati che hanno rifiutato di andare; sono quelli che erano nei crocevia dei cammini, buoni e cattivi, ciechi, sordi, zoppi, tutti noi peccatori ma con l’umiltà sufficiente per dire: “Sono un peccatore e Dio mi salverà”». E «se abbiamo questo nel cuore, lui ci inviterà; sentiremo questo sussurro, questa voce sussurrata a noi, questo filo di silenzio sonoro che dice: “Vieni, vieni al banchetto”».

In conclusione Francesco ha ricordato che il passo del Vangelo di Luca (21, 20-28), proposto dalla liturgia «finisce con questa voce: “Quando cominceranno ad accadere queste cose — ossia la distruzione della superbia, della vanità, tutto questo —, risollevatevi e alzate il capo, la vostra liberazione è vicina». Questo significa che «ti stanno invitando alle nozze dell’agnello». E allora, ha auspicato il Papa, «il Signore ci dia questa grazia di aspettare quella voce, di prepararci a sentire questa voce: “Vieni, vieni, vieni servo fedele, peccatore ma fedele: vieni, vieni al banchetto del tuo Signore».

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