L’Italia che non parte

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Nei giorni scorsi si è parlato dell’ultimo rapporto Istat che vede l’Italia fanalino di coda Ue per produttività del lavoro. Ma cosa vuol dire davvero? Quando parliamo di produttività intendiamo la capacità di un sistema di creare occupazione e sviluppo. Lo stato di salute di una nazione viene considerato ragione del livello di produttività raggiunto, ossia della quantità di beni e servizi prodotti dagli individui che in quel Paese lavorano.

Quando questo indicatore scende siamo in presenza di una crisi sistemica. Quando sale, il motore di un Paese – diciamo così – è acceso. Ma il problema è che, anche quando accennano ad aumentare, i giri del motore italiano sono sempre minori di quelli del resto d’Europa. Proseguendo col paragone automobilistico, non avremo mai una macchina in grado di competere con le altre.

In in Italia quasi tutta la crescita degli ultimi periodi è stata ottenuta attraverso l’allargamento della base occupazionale, purtroppo però costituita in larghissima parte da forza lavoro precaria, sottoccupata e, con il divenire della crisi, inoccupata e disoccupata.

Il problema della mancata crescita della produttività è un problema italiano da tempo irrisolto. Nel 2008, in uno studio comparativo condotto su 30 Paesi, l’Ocse ha stimato che nell’ultimo decennio l’Italia era – tra tutti – il Paese in cui la produttività oraria del lavoro era cresciuta di meno. A parità di altri fattori, ciò ha significato costi unitari più elevati dei concorrenti esteri e quindi uno svantaggio nella competizione internazionale. Al contempo registrava anche una minore crescita del reddito pro-capite per i cittadini italiani e quindi una limitazione al miglioramento del loro benessere materiale. Meno spese, meno economia.

A dirla tutta, non servono analisti di mercato per accorgersi che le famiglie italiane hanno smesso di spendere (anche se qualche piccola ripresa in questo senso esiste), che le aziende sono in sofferenza e che l’occupazione stabile non aumenta. Le variazioni sono negative per le attività professionali, le costruzioni e l’istruzione. Insomma, i pilastri di una volta, casa e scuola, non reggono più. E anche i professionisti sono in affanno. Una fotografia lugubre, che deve spingere a un rilancio dell’economia e ad azioni durature e non spot, a sostegno delle imprese e dell’occupazione.La sfida è questa… purtroppo ormai da 20 anni.

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