Concistoro, Bergoglio: “Nel cuore di Dio non ci sono nemici, solo figli” In San Pietro Papa Francesco crea diciassette nuovi cardinali. Poi l'incontro con Benedetto XVI

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“Nel cuore di Dio non ci sono nemici, solo figli. Il Nostro Padre non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci, perché ci ha dato lo statuto di figli”. Con queste parole Papa Francesco ha presieduto Concistoro pubblico, il terzo del suo pontificato, per la creazione di nuovi cardinali, diciassette in tutto. A ciascuno di essi, Bergoglio, pronunciando la formula latina “Accipite biretum rubrum, cardinalatus dignitatis insigne, per quod significatur usque ad sanguinis effusionem”, ha consegnato la berretta color porpora, segno della disponibilità a versare il sangue “per la fede cristiana e per la pace del popolo di Dio“.

I nuovi Principi della Chiesa, i cui nomi vennero annunciati dallo Bergoglio all’Angelus di domenica 9 ottobre, di cui tredici con meno di ottant’anni, e dunque elettori in un eventuale conclave, sono l’italiano Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria; Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui (Repubblica Centrafricana); Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid (Spagna); Sérgio Da Rocha, arcivescovo di Brasilia (Brasile); Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago (Usa); Patrick D’Rozario, arcivescovo di Dhaka (Bangladesh), Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida (Venezuela); Jozef De Kesel, arcivescovo di Malines-Bruxelles (Belgio); Maurice Piat, vescovo di Port-Louis (Isole Mauritius); Kevin Joseph Farrell, Prefetto del dicastero per i laici e la famiglia (Usa); Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla (Messico); John Ribat, arcivescovo di Port Moresby (Papua Nuova Guinea); Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark (Usa); Antony Soter Fernandez, arcivescovo emerito di Kuala Lumpur (Malesia); Renato Corti, vescovo emerito di Novara (Italia); Sebastian Koto Khoarai, vescovo emerito di Mohale’s Hoek (Leshoto); don Ernest Simoni, prete della diocesi di Shkodrë-Pult (Albania).

Prendendo spunto dal brano evangelico proclamato all’inizio della cerimonia, quello di Luca (capitolo 6), Bergoglio ricorda che questo testo in “molti lo hanno chiamato ‘il discorso della pianura’”. Infatti, dopo la chiamata dei dodici apostoli, “Gesù discese con i suoi discepoli dove una moltitudine lo aspettava per ascoltarlo e per farsi guarire. La chiamata degli Apostoli è accompagnata da questo ‘mettersi in cammino’ verso la pianura, verso l’incontro con una moltitudine che, come dice il testo del Vangelo, era ‘tormentata’”. In tal modo Dio ci rivela “che la vera vetta si raggiunge nella pianura, e la pianura ci ricorda che la vetta si trova in uno sguardo, specialmente in una chiamata: ‘Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso‘”.

Un invito, dunque accompagnato “da quattro esortazioni” che il Signore rivolge ai suoi per “plasmare la loro vocazione nella concretezza, nella quotidianità dell’esistenza”. Sono gesti che danno forma e rendono “tangibile il cammino del discepolo”. Per il Pontefice, queste azioni “sono le quattro tappe della mistagogia della misericordia: amate, fate il bene, benedite e pregate”. “Sono quattro azioni  – prosegue – che facilmente realizziamo con i nostri amici, con le persone più o meno vicine, vicine nell’affetto, nei gusti, nelle abitudini”. Tuttavia, il problema sorge quando Cristo ci presenta i veri destinatari di questi gesti: ” Amate i vostri nemici, fate il bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi trattano male. In questo è molto chiaro – aggiunge -, non usa giri di parole né eufemismi“.

In effetti, “non sono azioni che vengono spontanee con chi sta davanti a noi come un avversario o un nemico. Di fronte ad essi, il nostro atteggiamento istintivo è quello di squalificarli, screditarli, maledirli”. Spesso tentiamo di “demonizzarli, allo scopo di avere una ‘santa’ giustificazione per toglierceli di torno. Al contrario, riguardo al nemico, a chi ti odia, ti maledice o ti diffama, Gesù ci dice: amalo, fagli del bene, benedicilo e prega per lui”.

Questa è una delle “caratteristiche più proprie del messaggio di Gesù“. E’ da qui che provengono la nostra gioia, la potenza “della nostra missione e l’annuncio della Buona Notizia“. Infatti, “il nemico è qualcuno che devo amare. Nel cuore di Dio non ci sono nemici, solo figli. Noi innalziamo muri e classifichiamo le persone. L’amore di Dio ha il sapore della fedeltà verso le persone, perché è un amore viscerale, un amore materno/paterno che non le lascia nell’abbandono, anche quando hanno sbagliato”. In altre parole, “il Padre non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci, anche quando eravamo suoi nemici (cfr Rm 5,10). L’amore incondizionato del Padre verso tutti è stato, ed è, vera esigenza di conversione per il nostro povero cuore che tende a giudicare, dividere, opporre e condannare – aggiunge -. Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci”.

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In un epoca come la nostra, caratterizzata da forti problematiche e diversi interrogativi, ” ci capita di attraversare un tempo in cui risorgono epidemicamente, nelle nostre società, la polarizzazione e l’esclusione come unico modo possibile per risolvere i conflitti”. Chi ci è accanto “non solo possiede lo status di sconosciuto o di rifugiato, ma diventa una minaccia”. Il diverso diventa “nemico perché viene da una terra lontana, perché ha altre usanze. Per il colore della pelle, per la lingua o la sua condizione sociale, nemico perché pensa in maniera diversa e anche perché ha un’altra fede“. Si potrebbe continuare all’infinito, e “senza che ce ne rendiamo conto, questa logica si installa nel nostro modo di vivere”. Tutti iniziano “ad avere sapore di inimicizia”. “Le differenze si trasformano in sintomi di ostilità e violenza“.

“Quante ferite si allargano a causa di questa epidemia di inimicizia e di violenza, che si imprime nella carne di molti che non hanno voce perché il loro grido si è indebolito e ridotto al silenzio a causa di questa patologia dell’indifferenza! Quante situazioni di precarietà e di sofferenza si seminano attraverso questa crescita di inimicizia tra i popoli, tra di noi! Sì, tra di noi, dentro le nostre comunità, i nostri presbiteri, le nostre riunioni – prosegue il Pontefice -. Il virus della polarizzazione e dell’inimicizia permea i nostri modi di pensare, di sentire e di agire. Non siamo immuni da questo e dobbiamo stare attenti perché tale atteggiamento non occupi il nostro cuore, perché andrebbe contro la ricchezza e l’universalità della Chiesa che possiamo toccare con mano in questo Collegio Cardinalizio. Proveniamo da terre lontane, abbiamo usanze, colore della pelle, lingue e condizioni sociali diversi; pensiamo in modo diverso e celebriamo anche la fede con riti diversi. E niente di tutto questo ci rende nemici, al contrario, è una delle nostre più grandi ricchezze”.

Quindi, rivolgendosi ai porporati, ricorda che “il cammino verso il cielo inizia nella pianura, nella quotidianità della vita spezzata e condivisa, spesa e donata. Nel dono giornaliero e silenzioso di ciò che siamo. La nostra vetta è questa qualità dell’amore; la nostra meta e aspirazione è cercare nella pianura della vita, insieme al Popolo di Dio, di trasformarci in persone capaci di perdono e di riconciliazione”. Poi aggiunge: “Caro fratello, oggi ti si chiede di custodire nel tuo cuore e in quello della Chiesa questo invito ad essere misericordioso come il Padre, sapendo che se c’è qualcosa che deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita“.

Dei diciassette cardinali nominati, uno, l’africano Koto Khoarai, primo cardinale del Leshoto, non è presente a Roma, poichè non in condizioni di affrontare il viaggio. Tuttavia, riceverà la berretta dalle mani del nunzio apostolico in Sud Africa, Peter Brian Wells, nei prossimi giorni. I nuovi cardinali, prima di ricevere la porpora, l’anello e il titolo (ognuno di loro diventa “prete” o “diacono” della diocesi di Roma, titolare di una parrocchia romana) giurano fedeltà “a Cristo e al suo Vangelo, costantemente obbediente alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice Francesco e dei suoi successori canonicamente eletti”.

Il Pontefice e i nuovi porporati, al termine della celebrazione, salgono su due pulmini e si recano al Monastero Mater Ecclesiae per incontrare il Papa emerito, Benedetto XVI. Nel pomeriggio, porte aperte in Vaticano: nell’Aula Paolo VI , i sedici nuovi Principi della Chiesa, presenti a Roma, incontreranno tutti coloro che li vogliono salutare e congratularsi per la nomina, nelle cosiddette “visite di calore

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