L’epopea umana del XX secolo in un poema che guarda al futuro E' "L'Arca di Simone" opera in endecasillabi scritta da monsignor Giovanni Verginelli

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Cento canti in endecasillabi sciolti che vogliono raccontare in metrica “l’epopea dell’avventura umana nel XX secolo coinvolgendo le tre grandi religioni monoteiste”. Un poema epico che mons. Giovanni Verginelli, già uditore della Sacra Rota, ha iniziato a scrivere circa 20 anni fa e oggi assume un valore profetico. E’ “L’Arca di Simone” (Alter Ego editore, 422 pagine, 15 €) che già dal titolo richiama l’Arca di Noè e la barca di Pietro.

L’opera, presentata presso la Libreria S. Paolo nella centralissima Via di Propaganda a Roma, narra la storia di due giovani musulmani, Alì e Melissa, che attraverso un viaggio “circolare” alla ricerca della verità dei loro sogni arrivano a scoprire la fede in Cristo. Alì viaggia verso oriente: Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, India per poi compiere il pellegrinaggio alla Mecca e da lì raggiungere Gerusalemme. Qui si riunisce a Melissa, di cui è perdutamente innamorato, che ha invece intrapreso il viaggio verso occidente, dal Nord Africa a Roma per poi ritrovarsi a Gerusalemme. Una narrazione che attraverso le esperienze personali, le conoscenze e le amicizie permette di ripercorrere a ritroso la storia del secolo scorso, con gli orrori dei totalitarismi, nazista e comunista, con il loro carico di pene, lutti e sofferenze. Un racconto che trova linfa in grandi personaggi come San Massimiliano Kolbe, morto martire in campo di concentramento, o il diplomatico svedese Raoul Wallenberg che dopo aver salvato migliaia di ebrei dai nazisti finì arrestato e ucciso dai comunisti di Stalin, peraltro senza che ci siano state certezze sulla sua morte. Fino ad arrivare all’auspicio di una pacificazione, fondato sulla carica innovativa e sulle speranze dei giovani di ogni credo e sulle prese di posizione degli ultimi Papi, in particolare per il martoriato Medio Oriente.

Perché in fondo, come spiega mons. Verginelli “il messaggio che voglio trasmettere con questo poema è quello di vedere un giorno non lontano un’umanità in concorde convivenza, esattamente quello che nel Ventesimo secolo non è avvenuto”.

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