CARCERE, LA PALESTRA DELLA MISERICORDIA Intervista a Padre Vittorio Trani, cappellano del penitenziario romano di Regina Coeli

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Esiste un luogo dove la misericordia è di casa? Secondo padre Vittorio Trani, cappellano del penitenziario romano di Regina Coeli, sì. Ed è proprio il carcere. Papa Francesco, con la bolla d’indizione del Giubileo Straordinario, ha voluto che in ogni cattedrale e prigione del mondo fosse aperta una Porta Santa. Il numero 29 di via della Lungara, nel rione Trastevere, non ha fatto eccezione. Con l’aiuto di padre Vittorio, tutte le realtà del penitenziario hanno collaborato per allestire una cappella affinché anche i reclusi, fedeli privilegiati di questo Anno Santo, potessero vivere alcuni momenti di fede in vista del 6 novembre, giorno in cui sarà celebrato il giubileo particolare dei detenuti.

“Un momento sentitissimo quello dell’apertura di queste porte, ma ovviamente bisogna avere il senso pratico e oggettivo”. Padre Vittorio spiega che all’interno delle mura dell’ex convento trasteverino c’è “una frangia che è credente praticante, che mantiene anche dentro il carcere la testimonianza della fede cristiana. Tuttavia, la prigione aggiunge un elemento di riflessione sulla fede anche a chi fuori non ne da spazio. Una situazione particolarissima, dunque, in cui il soggetto si trova a fare i conti con la realtà. Inizia a mettere i puntini sulle i. In prigione, in qualche modo, recupera la dimensione religiosa. Abbiamo proposto una celebrazione dell’Anno Santo per ogni settore del carcere: ognuno si doveva iscrivere e poi prepararsi. Quindi catechesi, confessioni, ecc. Questo, certamente, diventa più un discorso di pastorale ma è anche espressione di una presa di coscienza da parte delle persone”.

Ricordando che anche Giovanni Paolo II aveva indetto un momento di preghiera per i detenuti vivendo il Giubileo anche con una visita al carcere, il cappellano di Regina Coeli afferma che Bergoglio “ha fatto un passo avanti sostanzioso: non lo celebra dentro la prigione ma, come se fosse un giorno normale per tutte le altre categorie di fedeli”. La straordinarietà, quindi, è che il l’evento culminante si viva a San Pietro, dove sono stati invitati i detenuti con i loro famigliari, gli agenti della Polizia Penitenziaria, i cappellani e le associazioni che offrono assistenza all’interno e all’esterno delle carceri. Sono iscritte oltre 4.000 persone, di cui più di mille saranno i detenuti, provenienti da Inghilterra, Italia, Lettonia, Madagascar, Malesia, Messico, Olanda, Spagna, Usa, Sudafrica, Svezia e Portogallo.

Ma nel “Carcere dei Papi” (Regina Coeli è stato visitato da tre Pontefici: Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II), le celebrazioni giubilari sono state caratterizzate da una fase di preparazione che aiutasse i detenuti a leggere questo Anno Santo da un punto di vista a cui siamo poco abituati: il Giubileo è quel momento in cui la Chiesa si rivolge proprio agli ultimi. “Questa giornata è solo l’evento in sé che trova il suo giusto spazio”. Ciò è stato possibile anche grazie all’aiuto “di un sacerdote che lavora con i giovani, e che per tanto conosce un linguaggio adatto, e di un gruppo di catechisti, abbiamo camminato insieme verso i momenti salienti dell’Anno, senza fare nulla di straordinario. Ritengo che il vero lavoro del Giubileo si fa nel cuore. Dio non si fa spettacolo, cerca di arrivare alla persona. E questo tipo di persone hanno bisogno di essere prese per mano per riscoprire quello che hanno dentro. Se c’è qualcuno che deve vivere l’Anno Santo – prosegue padre Vittorio – è proprio lo ‘Zaccheo’ di turno”.

Parafrasando il Vangelo, si può dire che se esiste un luogo “in cui protagonista è la misericordia, uno di questi sicuramente è il carcere. Anzi, esso è la palestra della misericordia. Non ci vuole molto a capire che quella gente esiste nel cuore di Dio”. In un certo senso, aggiunge il cappellano, “esiste una misericordia che arriva a identificare il Cristo stesso con il carcerato. L’obiettivo del carcere è anche riuscire a risvegliare in queste persone la propria coscienza – precisa -. Certo, non tutti entrano in questa dinamica ma chi ci riesce, e l’Anno Santo aiuta in questo, scrive una nuova pagina della per la propria vita. Insomma, se si va a fondo il carcere è uno degli ambiente dove la misericordia non solo arriva, ma ci abita. La prigione è casa sua per tanti aspetti”.

Dopo la grande celebrazione del Giubileo dei detenuti, padre Vittorio non si aspetta grandi cambiamenti “da parte dei politici o delle istituzioni. Certi eventi difficilmente scalfiscono gli ambienti decisionali. Fare un atto verso i carcerati vuol dire stroncarsi la carriera. Quello che ritengo possa essere una presa di coscienza generale è che il Giubileo riguarda un percorso del cuore delle persone. Non mi piace parlare di amnistia o altri gesti in questo caso. Lo vedrei più come un percorso di crescita che tocca i cuori di tutti, non solo dei detenuti ma anche di chi gli è accanto. Poi se dovesse arrivare qualche gesto ben venga, ma non ci conto molto”.

Il suo desiderio, in vista della chiusura dell’Anno Santo, è una visita del Santo Padre: “Se c’è una definizione del carcere è ‘spazio della speranza’. Noi speriamo in una visita del Pontefice. Lui ha sempre detto: ‘Ci verrò’. Sono qui da trentotto anni, e il mio sogno, da credente, è che una mattina entrando, possa vedere il Pontefice che varca quei cancelli senza nessuna formalità. Quello sarebbe stupendo. Il segno che abbiamo invertito la rotta: il carcere non è più un luogo straordinario ma è diventato ordinario. Questo Papa, nel suo modo di fare, ha le premesse affinché ciò accada. Io me lo auguro”.

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