Prigionieri delle città

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Più della metà della popolazione mondiale vive nelle città. Entro il 2030, si prevede che 6 persone su 10 saranno gli abitanti di una metropoli. La corsa verso una vita migliore vede ancora come obiettivo l’abbandono delle zone rurali e l’insediamento cittadino, ma oggi come oggi più che una risorsa diventa un rischio.

Siamo infatti abituati a pensare alle zone depresse (economicamente e socialmente) come quelle più difficili da vivere, ma la direzione che abbiamo preso da decenni è tutt’altro che rassicurante.

Già nel 2014 – conferma un’analisi dell’Unicef – il 30 per cento della popolazione urbana vive in condizioni pericolose quando addirittura inaccettabili. Come la crescita della popolazione supera di terreno disponibile, le città si espandono ben oltre i loro confini amministrativi formali. Questa espansione incontrollata è evidente in molte città di tutto il mondo, e non solo nelle regioni in via di sviluppo. Dal 2000 al 2015, il rapporto tra il tasso di consumo di suolo rapportato a quello di crescita della popolazione in Asia orientale e l’Oceania è stato il più alto del mondo. E per ogni 10 per cento di aumento abitativo, vi è un aumento del 5,7 per cento pro capite delle emissioni di anidride carbonica e un incremento del 9,6 per cento pro capite di inquinamenti pericolosi.

Allo stesso modo, la gestione dei rifiuti solidi è spesso problematico in aree densamente popolate. Infatti, in molte regioni di sviluppo, meno della metà di questi materiali è smaltita in modo sicuro.

L’inquinamento atmosferico urbano provoca malattie e milioni di morti premature ogni anno nel mondo. Nel 2014, circa la metà della popolazione urbana mondiale è stata esposta a livelli di inquinamento atmosferico almeno 2,5 volte superiore rispetto agli standard massimi stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ecco, questa è la fotografia delle nostre città. E non è più rassicurante, nel lungo periodo, di una previsione catastrofica dovuta ad alluvioni o siccità. In questo caso, paradossalmente, non è la differenza di censo o classe a definire chi rischi e chi no. E’ l’aria stessa che respiriamo a fare da discriminante. L’uomo torna ad essere ciò che è, parte del creato, senza alcuna distinzione di sesso o colore della pelle. Nudo, di fronte alle proprie responsabilità. Dall’effetto serra alla cementificazione selvaggia, dal rischio idrogeologico all’inquinamento delle falde, sta al nostro discernimento decidere del futuro dell’umanità. E non basteranno quattro mura a proteggerci.

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