Cibo adeguato ma strutture scadenti, la doppia faccia delle mense scolastiche Una ricerca di Cittadinanzattiva mette in evidenza luci e ombre dei refettori destinati agli alunni

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Cibo buono ma strutture scadenti. Una ricerca di Cittadinanza attiva descrive la doppia faccia delle mense scolastiche italiane. I pasti, spiega il dossier, sono di buona qualità e le pulizie adeguate, ma il consumo avviene in ambienti troppo rumorosi e non sempre accoglienti, privi di servizi anti incendio ed elettrici adeguati (1 su 3) e in carenza di spazio (1 su 5). Per non parlare del fatto che in molti casi gli istituti scolastici sono del tutto privi di un locale mensa (1 su 4).

Lo studio accende i riflettori anche sui costi, un capitolo che – come spesso accade – fa emergere forti discrepanze fra Nord e Sud, con una media annua di 700 euro, non sostenibile da tutti i nuclei familiari: nel Settentrione le tariffe più costose (94 euro mensili sia per l’infanzia che per la primaria), seguito dal Centro (94 euro per l’infanzia e 78 per la primaria); meno caro il Mezzogiorno, rispettivamente con 64 e 67 euro. Lo studio, diffuso oggi a margine di un evento tenutosi a Roma (“Mensa a scuola: costi, qualità e… nuove prospettive?”), è stato realizzato in 79 scuole di 13 regioni, sulla base di 221 indicatori e quasi 700 interviste, di cui 482 a bambini.

Costi

A livello regionale svetta l’Emilia Romagna, con una spesa media di oltre 1.000 euro l’anno, a cui fa da contraltare la Calabria, con circa 500. Fra i capoluoghi di provincia Livorno e Ferrara occupano il primo posto nella top ten delle città più care, con 128 euro di retta media mensile, poi Parma (123,60 euro), Reggio Emilia (122,40), Rimini (120), Forlì e Pesaro (118), Potenza (113,20), Piacenza (111,20) e Tempio Pausania (108,80 euro). La graduatoria delle città meno care è guidata da Barletta (32 euro di retta media mensile), seguita da Reggio Calabria (40), Ragusa (44), Tortolì, Isernia e Roma (45), Catania (46), Latina (46,20), Benevento (47,60) e L’Aquila (49,60).

Mense inesistenti

Su 79 scuole che erogano il servizio di ristorazione scolastica ben 18 non dispongono di un locale mensa, quasi 1 su 4 (23%). I bambini mangiano in altri locali, prevalentemente gli atri degli edifici scolastici e le aule utilizzate per le lezioni ordinarie.

Pericoli

Più di una su tre ha l’impianto elettrico e antincendio per nulla o solo parzialmente adeguato; oltre un terzo (37%) non ha porte con apertura antipanico; una su 10 ha segni di fatiscenza e poco meno (8%) presenta distacchi di intonaco. –

Menù monotoni

A 2 bambini su 3 piace mangiare con i compagni (64%), ma 1 su 3 (36%) non ama mangiare a mensa perché il modo di cucinare non cambia (71%), il cibo è sempre lo stesso (57%), le porzioni sono scarse (48%), l’ambiente è triste (37%) e vi mangiano solo alcuni compagni (27%). Inoltre solo 1 bimbo su 10 dice di mangiare tutti i cibi serviti, mentre un terzo confessa di mangiarne solo alcuni. I più amati risultano essere gelato e pizza (66%), pane e carne (65%), frutta fresca (57%) e pasta in bianco (53%); quasi detestate (60%) le verdure (soprattutto cotte o nelle minestre) e il pesce (47%).

Poca trasparenza

L’86% dei bambini non conosce la provenienza dei prodotti, mentre fra i docenti la conoscenza è più diffusa: solo il 43% ne è ignaro, poco più della metà (56%) ritiene che sia rispettata la stagionalità dei prodotti e 1 su 3 dichiara che vengono usati cibi biologici.

Sconosciute

Secondo Cittadinanzattiva in circa la metà delle scuole ne è attiva una, tuttavia non è molto conosciuta come organo di controllo, ad eccezione di uno striminzito 53% dei docenti e di un più corposo 64% di genitori.

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