Dalla Libia: per gli italiani rapiti chiesto un riscatto di 4 milioni

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Sarebbe arrivata una prima richiesta di riscatto per i 2 italiani rapiti vicino a Ghat, nel sud della Libia, lo scorso 20 settembre. I sequestratori, probabilmente membri di un gruppo algerino legato ad Al-Qaeda nel Maghreb (Aqmi), avrebbero chiesto 4 milioni per ottenere il rilascio degli ostaggi, tra cui figura anche un cittadino canadese.

Il gruppo è composto di libici e algerini ed è guidato da un algerino, di nome Abdellah Belakahal. Secondo le fonti, le autorità algerine, che hanno stretti contatti con le tribù di Tuareg e Toubou della regione, sono state sollecitate dall’Italia affinchè siano facilitati i negoziati con i rapitori. La fonte della sicurezza algerina ha aggiunto che il gruppo di Belakahal ha minacciato di “consegnare gli ostaggi a una cellula di Aqim e all’Isis“. Il gruppo avrebbe chiesto, oltre al riscatto, anche il rilascio di due detenuti, tra cui il fratello di Belakahal, che è in carcere per traffico d’armi. Secondo Middle East Eye i negoziati sono condotti da tribù libiche come Mediatori: il negoziato è “sostanzialmente avanti” e gli ostaggi dovrebbero essere “rilasciati presto”.

Il primo a parlare di un possibile coinvolgimento di Al Qaeda nel sequestro era stato il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate legate al generale Khalifa Haftar, fedele a Tobruk. “I due italiani rapiti nel sud-ovest della Libia sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di Al Qaeda – aveva detto – il sequestro è stato compiuto da una banda criminale, tuttavia per come è stato eseguito i segni sono quelli lasciati solitamente dall’organizzazione di Al Qaeda”.

Ma su questa possibilità il governo italiano è stato cauto. “A noi non risulta che dietro al rapimento dei nostri due connazionali in Libia ci sia al Qaeda. In questo momento non siamo in grado di confermare o smentire affermazioni di questo genere” aveva detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. “Le fonti libiche hanno parlato di criminalità comune. Detto ciò, quello che possiamo fare in questi casi è lavorare con il massimo riserbo” era stato, invece, il commento della ministra della Difesa, Roberta Pinotti.

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