Londra, il governo May abbandona le ‘liste’ sui lavoratori stranieri Ma resta aperto il dibattito sulla 'hard Brexit'.

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Dopo la mezza marcia indietro, ecco l’inversione completa. Il governo di Theresa May, finito nella bufera per la sparata della ministra dell’Interno, Amber Rudd, sui lavoratori stranieri, fa una bella piroetta e seppellisce l’idea d’intimare alle aziende del Regno Unito di rendere pubbliche le quote dei dipendenti non britannici. Il contrordine ufficiale arriva per bocca di un’altra donna, la titolare dell’Istruzione, Justine Greening, che dagli schermi del talk show domenicale di Rober Peston, su Itv, si esibisce in quella che Craig Oliver – spin doctor oggi in disgrazia di David Cameron – definisce con il veleno di chi cerca rivincite “una ritirata controllata”.

Niente liste di proscrizione delle imprese che non assumono abbastanza connazionali, facciamo come non detto, puntualizza Greening. Seguita a ruota sulla Bbc dal collega della Difesa, Michael Fallon. Il ballon d’essai lanciato dalla Rudd di fronte alla platea del congresso Tory di Birmingham pare insomma sgonfiarsi.

Il governo, insiste la stessa Greening, qualche dato “riservato” sui vuoti occupazionali in effetti continua a volerlo, per assicurarsi che la manodopera importata sia davvero necessaria e non venga sfruttata a danno di potenziali candidati locali. Ma cade almeno la minaccia alle aziende di essere poste di fronte alla scelta se mettere in piazza i numeri sulla percentuale dei loro impiegati ‘d’oltremare’ rispetto agli autoctoni o finire “svergognate” davanti all’opinione pubblica. La polemica, tuttavia, non si chiude qui. Restano le critiche a un atteggiamento da pugno di ferro sull’immigrazione condito con messaggi ai limiti dell’autarchia.

E resta il dibattito, dentro e fuori il Partito Conservatore, sullo scivolamento verso una potenziale “hard Brexit”, un addio all’Ue esteso ipso facto al mercato unico, che molti imputano ormai a lady Theresa. In parlamento due ex leader sconfitti alle elezioni del 2015, il laburista Ed Miliband e il libdem Nick Clegg, stanno cercando di dar vita a un’iniziativa bipartisan per provare a costringere il governo almeno a mettere ai voti il tipo d’uscita dal Club dei 28 da negoziare, se non a frenare l’avvio dell’iter di sganciamento gia’ fissato dalla May entro marzo.

E Tory dissidenti quali l’ex ministra Nicki Morgan o l’ex sottosegretaria Anna Soubry sembrano tentate di aderire. Mentre alcuni diplomatici s’aggrappano alla famiglia reale – e a Kate Middleton, in partenza per l’Olanda – per sperare di difendere la trincea d’uno straccio di “soft diplomacy” in Europa. Non bastano infatti un paio d’interviste a sgomberare il campo dalle reazioni d’inquietudine e talora di sdegno suscitate dalle parole di Amber Rudd, in Gran Bretagna e non solo (Italia inclusa).

Il governo – coglie la palla al balzo il capo della litigiosa opposizione laburista, Jeremy Corbyn – “ha toccato il fondo soffiando sul fuoco della xenofobia”. Mentre Adam Marshall, della Camera di Commercio britannica, si chiede a nome di migliaia d’aziende se assumere stranieri nel regno non rischi di diventare “un marchio di vergogna” per i datori di lavoro. Ne’ le divisioni risparmiano lo stesso gabinetto May, avverte il Telegraph.

 

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