Corbyn e la missione impossibile

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Con Jeremy Corbyn possiamo affermare che il dna della sinistra britannica sia mutato. Da Blair a Corbyn l’involuzione è cospicua. Corbyn vince il ballottaggio per la leadership del labour contro lo sfidante Owen Smith.

Archiviata la “terza via” propugnata da Tony Blair, la sinistra britannica riparte da bandiere storiche: uguaglianza e socialismo ugualitario, rifiuto categorico dei piani di austerity, pacifismo, un no secco alla globalizzazione. Paiono ormai indigesti all’elettorato di sinistra parole d’ordine quali moderazione ed una inclinazione al centrismo.

La vittoria di Corbyn ha tre ordini di grado: il primo riguarda il fronte avverso (lui abile nel cogliere la mancata unità d’intenti altrui), disgregato ed assai eterogeneo con figure prive di un rilancio progressivo alternativo. Il secondo concerne le nuove reclute del partito; i giovani che ingrossano le fila del partito sono attirati da utopie filo marxiste sicuramente lontane dalle elite londinesi.

Il terzo ordine è costituto dal blocco sindacale. Le stime attribuiscono alla sinistra britannica un bacino elettorale del 30 % potenziale, ma lo schieramento guidato da Corbyn, mancando di unità di intenti al proprio interno, produce anche disaffezione fra gli elettori.

La Brexit ha prodotto una guerra civile assai più nel campo progressista che non in quello conservatore. I laburisti sono arretrati alle amministrative (pur riconquistando Londra) e in Scozia sono terza forza politica dietro ai conservatori. L’ondata populista di Ukip ha drenato molti volti al labour, ma se il gruppo parlamentare alla camera dei comuni ha tentato la spallata a Corbyn, sfiduciandolo in luglio, la base è tutta con lui.

Risultati non del tutto brillanti e lusinghieri per Corbyn che è comunque riuscito a farsi rieleggere per la seconda volta alla guida del partito. L’impressione è che fra la base che lo sostiene e che propugna l’azzeramento delle correnti e faide interne al partito da un lato, e i parlamentari pronti a ostacolarlo, l’immagine del partito non sia quella di un blocco monolitico radunata attorno al suo leader, bensì che lo scontro fra le varie fazioni resti aperto.

Quale capo di una forza politica di opposizione Corbyn ha del suo da dire; che il labour si traduca poi in un partito di governo esula dall’orizzonte immaginifico di molti osservatori politici, giudicando una tale prospettiva alquanto fumosa per il momento.

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