“Liberami”… dagli esorcismi di questo film

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François-Marie Dermine

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2016 ha inteso premiare il film documentario “Liberami” della regista ed antropologa Federica Di Giacomo quale miglior film della sua sezione Orizzonti; un riconoscimento prestigioso che si aggiunge al Premio Solinas attribuitogli nel 2014 quale miglior documentario. La data ufficiale della sua uscita e distribuzione è fissata per il 29 di settembre.

In coda al film, viene rivolto “un particolare ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questo film”: tra i nomi menzionati vi sono alcuni esponenti del Gris (Gruppo di Ricerca e di Informazione Socio-religiosa) e relatori del Corso sull’esorcismo e la preghiera di liberazione svolto annualmente all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Apra), in Roma, dove alcune scene del film sono state girate.

Non vogliamo di certo eccepire nulla alla professionalità cinematografica con cui è stato realizzato Liberami che, del resto, assume talvolta le fattezze del film vero e proprio piuttosto che del documentario, dell’inchiesta o del reportage.

Nulla nemmeno da eccepire al rispetto e addirittura all’apprezzamento manifestato dalla regista nei confronti del ministero esorcistico che, dal suo punto di vista di antropologico, costituisce una specie di nuova assistenza sociale, per di più gratuita, offerta dalla Chiesa.
Intendiamo piuttosto sottolineare che il film descrive un modo di esercitare il ministero esorcistico del tutto soggettivo, a-rituale, e lontano dall’insegnamento ufficiale della Chiesa che il Corso dell’Apra e del Gris cerca di spiegare e di esplicitare.

Iniziamo da particolari inaccettabili: alcune diagnosi affrettate, riduttive e talvolta ingiuste (“quando uno è in questa situazione, è perché è stato lontano da Dio”), una vittima afferrata per i capelli, un intero secchiello d’acqua benedetta rovesciato sulla testa di un’altra, manciate piene di sale benedetto buttate in faccia, le intromissioni degli aiutanti laici e il narcisismo e l’incosciente prepotenza con cui essi si rivolgono apertamente al demonio, atteggiamento quest’ultimo, esplicitamente proibito dal rituale degli esorcismi, come si legge al n. 35 delle Premesse Generali.

Ma al di là dei particolari e senza nulla togliere alla reale dedizione ed empatia dell’esorcista protagonista di Liberami, c’è la gestione d’insieme del sacramentale che risulta inammissibile. Infatti, non sempre gli stessi esorcismi si svolgono a porte chiuse, anzi, allorché il nuovo rituale dell’esorcismo raccomanda al n.19 delle Premesse Generali: “Si eviti che diventi uno spettacolo per i presenti. Durante lo svolgimento dell’esorcismo non si ammettano mezzi di comunicazione sociale e, sia prima che dopo la celebrazione del rito, tanto l’esorcista che i presenti evitino di divulgarne la notizia, mantenendo un giusto riserbo”.

Assistiamo pure a Messe collettive, propedeutiche agli esorcismi veri e propri, mentre “è assolutamente vietato inserire tali preghiere di esorcismo nella celebrazione della Santa Messa, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore” (Congregazione per la dottrina della Fede, “Le preghiere per ottenere la guarigione”, del 14 settembre 2000, articolo 8).

Oltre a stravolgere la struttura e la finalità delle suddette azioni liturgiche, è inevitabile che simili celebrazioni scatenino ciò che non esitiamo a chiamare, fuori metafora, un vero e proprio pandemonio, cioè una specie di sinergia o di contagio. Qui nessuno è più in grado di distinguere tra il dilagare dell’autentica azione occulta o malefica e l’innesco di un processo di suggestione e di psicosi collettiva, di cui il contesto offre comunque tutti gli ingredienti: la centralità del sacerdote “carismatico”, la presenza di persone già in trance da possessione, le urla, le aspettative a volte spasmodiche di liberazione e, perché no, la semplice curiosità o attesa di qualche fenomeno straordinario.

Il presunto effetto o valore catartico più o meno evocato a favore di queste celebrazioni non scalfisce minimamente la saggezza, la prudenza e l’equilibrio delle norme ecclesiali, tese sì a scongiurare il sempre in agguato pericolo del fanatismo, ma anche e soprattutto a tutelare la dignità e la privacy delle vittime che, nel film, vengono riprese liberamente e ripetutamente e tra le quali figura una ragazza forse appena diciottenne.

Il demonio, insomma, continua a seminare confusione, ma le direttive per affrontarlo contribuiscono ad esorcizzarla e vanno perciò seguite, a tutela di tutti…

François-Marie Dermine O.P. Presidente nazionale del GRIS

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