ASSISI: DALLE RELIGIONI UN CORO UNANIME CONTRO GUERRA E TERRORE Il rabbino Abraham Skorka invita a "condannare il terrore". Padre Fortunato: "La comunicazione può essere preziosa"

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Condannare il terrorismo “senza alcun riguardo” perché “devono essere considerati un peccato l’indifferenza e il non coinvolgimento nelle sofferenze del prossimo”. E’ l’auspicio espresso dal rabbino argentino Abraham Skorka, giunto ad Assisi per partecipare a “Sete di pace”, la preghiera interreligiosa contro le guerre-. “L’umanità richiede drammaticamente – ha detto Skorka, amico di Papa Francesco fin dai tempi in cui Bergoglio era vescovo di Buenos Aires – paradigmi di onestà, integrità, giustizia e compassione”. E allora “una cultura senza la presenza di un esigente Dio di giustizia, in cui le regole e i valori da prendere in considerazione, per quanto riguarda i comportamenti, sono oggetto di relativismo, sarà incapace di sviluppare una autentica realtà di pace”.

“Viviamo oggi in una società purtroppo segnata da grande violenza e da un’incessante strumentalizzazione delle religioni che sono accusate di fomentare l’odio e di causare violenza” ha detto invece il segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, mons. Miguel Angel Ayuso Guixot. E invece “noi, qui, riuniti, desideriamo dimostrare che la religione non è un problema ma è parte della soluzione per portare l’armonia e la pace nella società”. Il vescovo ha messo in evidenza dunque la responsabilità dei leader religiosi di “insegnare alle loro comunità a scoprire le ragioni più profonde” delle loro tradizioni condannando tutte le forme di violenza.

Secondo il direttore della Sala Stampa del Sacro Convento, Padre Enzo Fortunato, La comunicazione può giocare un ruolo decisivo anche nella costruzione del dialogo: può essere “ancella di pace”. Padre Fortunato ha messo in guardia sulla violenza che può nascere soprattutto sul web: “Come si deve coniugare oggi la libertà dell’informazione, che va assolutamente promossa e sempre allargata, con la responsabilità? Nel web come nell’informazione più tradizionale, il limite non può essere visto come una censura, ma come un esercizio che ci impone la stessa libertà: prevenire la violenza, l’offesa, l’accanimento contro persone che non si possono difendere e che nessuno di noi tratterebbe in modo disumano se fossero nostri familiari, genitori, fratelli, sorelle”.

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