L’era del webete

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Attribuita a Giacomo Badoar, librettista e poeta veneziano del ‘600, torna prepotentemente d’attualità la celeberrima frase “Un bel tacer non fu mai scritto”. Il fiume di parole, video, riflessioni, commenti, sfoghi che caratterizza la “rete” specialmente dopo la diffusione dei social network ha provocato un corto circuito. Non solo chiunque può parlare – e questo fa parte dei diritti fondamentali dell’uomo – ma può dire qualunque cosa.

Se ai tempi di Badoar era seccante sentire chi sproloquiava, oggi è pericoloso. Perché la platea si è allargata a dismisura, e non esistendo più il filtro di chi verifica le notizie (i cosiddetti “media”) tutto arriva con il crisma di verità. Anche quando il concetto propugnato è il più strampalato o, peggio, asservito a un’ideologia di base che deforma la cronaca per adattarla all’idea.

Già Umberto Eco, scrittore e semiologo, in occasione di un incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino per la consegna della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media, sottolineò come il web abbia dato “diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.

Oggi è il giornalista Enrico Mentana a mettere il dito nella piaga, definendo “webete” un tizio che contestava le tende ai terremotati mettendole in correlazione con gli alberghi destinati ai migranti.

Purtroppo oggi chiunque abbia un pensiero personale crede di aver il diritto di renderlo globale, senza alcuna verifica, senza dati, senza approfondimento; basandosi sulle sensazioni o, peggio, sul proprio convincimento scevro da analisi sui dati reali. Qualche volta va bene, il più delle volte è un disastro. Si punta il dito, si fanno accuse generiche o addirittura personali, senza dare un peso alle conseguenze di ciò che si afferma. Si può definire “ignoranza”, ma sta in cattedra.

Ciò che si sta verificando sul web, poi, è l’assoluta mancanza di contraddittorio, che invece è il sale della crescita umana. I gruppi “opposti” non interagiscono, piuttosto si allontanano e formano monadi nelle quali ci si riconosce e applaude, qualunque cosa si dica.
“La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti – ha sottolineato tempo fa Papa Francesco nel suo messaggio per la 50ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali – hanno comportato un ampliamento di orizzonti per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità”. Non dimentichiamolo.

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2 COMMENTS

  1. La definizione di “webete” è perfetta.
    Solo l’obiettivo della definizione potrebbe (al condizionale) essere eccessiva.
    Sarebbe meglio approfondire il contesto.
    Che occorra una sistemazione rapida ed affidabile per i terremotati mi sembra ineludibile.
    E che la priorità spetti loro anche.
    Quanti agli ospiti indesiderati (ce n’è un discreto numero) sarebbe bene che le competenti autorità fossero un tantino più rapide ed incisive.
    Non ha molto senso mettere in mano ad uno di loro un foglio (di espulsione); è vero che il trasporto ha il suo costo, ma i danni ed i costi della permanenza sono sicuramente maggiori.
    E spero che questo non sia un intervento da webete

  2. Ok. Però non so se sia peggio, o più dannoso, il webete o il giornalista asservito al potere e che diffonde menzogne o mezze verità!

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