RIFUGIATI “PRIGIONIERI” SULL’ISOLA DI NAURU: AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA ABUSI E VIOLENZE "E’ una specie di Abu Ghraib in mezzo al Pacifico", rincara il portavoce di Amnesty International

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Nauru è una piccola e sperduta isola-nazione della Micronesia dove i rifugiati che cercano asilo in Australia sono trasferiti e trattenuti contro la loro volontà, in attesa che qualcuno decida del loro destino. Secondo un recente report di Amnesty International e Human Rights Watch, i migranti che arrivano a Nauru sono sottoposti a una serie di abusi intollerabili, trattati come animali e costretti a vivere in condizioni sanitarie a dir poco inumane.

Questa sitazione, inoltre, è aggravata dal muro di omertà che si eretto intorno ai centri di detenizione e “accoglienza”, una negligenza da parte del governo australiano che la stessa Chiesa australiana ha più volte denunciato con forza, senza ottenere però grandi risultati.

“Bisogna agire immediatamente per ridurre la sofferenza umana dei profughi di Nauru”, racconta ai microfoni di Radio Vaticana Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

I trasferimenti, spiega Noury, scattano non appena i profughi raggiungono l’Australia, ma spesso le barche vengono intercettate già in mare: si tratta di imbarcazioni piene di donne e bambini che non chiedono altro se non ottenere l’asilo politico e che posseggono tutti i requisiti per averlo. Tuttavia, in base a un accordo tra l’Australia e Nauru, scatta una forma di detenzione “offshore”, per la quale i migranti vengono trasferiti immediatamente sull’isola – che lo stesso Noury definisce “parcheggio in mezzo al mare” -, un limbo dove per loro inizia un secondo calvario.

Grazie al rapporto di Amnesty International e Human Rights Watch si è potuto far luce su una serie di abusi – anche di tipo sessuale – ai quali sarebbero sottoposti moltissimi richiedenti asilo, soprattutto minorenni e donne non accompagnate. “L’Australia ha dato al mondo un esempio molto negativo – racconta a Radio Vaticana Noury – e purtroppo c’è anche in Europa chi vorrebbe imitarlo, cioè quello di non consentire l’ingresso sul territorio e di affittare, pagare qualcuno affinché trattenga queste persone e gestisca le richieste di asilo politico”.

“E’ una specie di Abu Ghraib in mezzo al Pacifico”, rincara il portavoce di Amnesty International, e  il fatto che ora finalmente se ne parli – anche su testate importanti come il “The Guardian” – fa sperare che questa situazione possa essere superata a breve.

“Ora sta all’Australia prendere provvedimenti nell’immediato nei confronti delle persone che sono implicate come responsabili di questi terribili fatti di violenza -conclude Noury -. L’Australia è un Paese ricco che dà un contributo purtroppo minimo alla soluzione della crisi globale dei rifugiati e quel contributo minimo che dà lo dà nel modo che viola i diritti umani nella maniera più evidente”.

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