LA CAPPELLA SISTINA, UN SECOLARE SCRIGNO DI ARTE E FEDE

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Situata nei palazzi vaticani, la Cappella Sistina costituisce uno dei maggiori vanti dell’arte italiana. Vista da fuori può sembrare una fortezza, con tanto di merli e feritoie. Bastioni rinascimentali che fungono da difesa ad un secolare scrigno che, da oltre cinquecento anni, custodisce al suo interno arazzi e affreschi dei grandi artisti del Bel Paese. Consacrato come Cappella Papale, oggi è uno degli ambienti compresi nella visita dei Musei Vaticani.

Prende il nome da Papa Sisto IV della Rovere (eletto pontefice nel 1471), che ne iniziò l’edificazione nel 1475. A dirigere i lavori fu Giovanni de’ Dolci che seguì il progetto elaborato dall’architetto Baccio Pontelli. Inaugurata il 15 Agosto del 1483, fu dedicata alla Vergine Assunta in Cielo, solennità che la Chiesa celebra tutt’oggi. Composta da una singola navata, con una volta a botte ribassata con pennacchi e una lunetta sopra ognuna delle venti finestre centinate, ha le stesse dimensioni del Tempio di Gerusalemme. Il pavimento è in “opus Alessandrinum”, ovvero mattonelle intarsiate di marmi policromi, un particolare genere di decorazione creato nel Medioevo dalla Famiglia dei Cosmati.

Entrandovi dall’ingresso principale, si nota una transenna marmorea, realizzata da Mino di Fiesole e Andrea Bregno, che furono anche, insieme a Giovanni Dalmata, gli ideatori della cantoria. Questa transenna serviva a dividere la cappella in due zone, quella riservata al clero e quella dei fedeli. Sisto IV richiamò i più grandi artisti toscani ed umbri del periodo, come Botticelli, Signorelli, Cosimo Rosselli, il Ghirlandaio, il Perugino e il Pinturicchio, per la decorazione delle parti laterali. Questi pittori realizzarono due cicli di affreschi, visibili ancora oggi,  rappresentando storie tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento. Allegoricamente vennero disposte in corrispondenza le storie di Mosè e Gesù. Al di sotto di queste, finte cortine di stoffa raffigurano l’emblema della famiglia della Rovere.

In origine, sulla volta, dipinta da Pier Matteo d’Amelia, si poteva ammirare un semplice cielo blu costellato di stelle dorate. La Sistina mantenne questo aspetto fino a quando Papa Giulio II della Rovere (eletto nel 1503) commissionò a Michelangelo Buonarroti la “ri-decorazione” di quella vasta superficie. Michelangelo lavorò alla volta per ben quattro anni, dal 1508 al 1512. Il progetto originale di Giulio II fu quello di far dipingere all’artista fiorentino i 12 Apostoli. Tuttavia, il Papa scoprì che il lavoro non stava riuscendo come desiderava. Lasciò, dunque, carta bianca a Michelangelo che realizzo quello che oggi viene definito il capolavoro assoluto del Rinascimento italiano.

sistinaCon un ponteggio ideato appositamente per gli spazi della Sistina, l’artista toscano diede vita alle figure delle Sibille, dei Profeti e degli Ignudi. Una cornice all’interno della quale si snodano le nove “Storie della Genesi”. Nei pennacchi e nelle lunette (la zona più bassa del soffitto) sono raffigurati gli Antenati di Cristo. Nei pennacchi angolari, invece, sono contenute quattro storie tratte sempre dall’Antico Testamento: la “Tortura di Aman”, il “Serpente di Bronzo”, “Giuditta e Oloferne” e “Davide e Golia”. Lateralmente, le figure dei Profeti e delle Sibille.

I nove episodi della Genesi, rappresentati sulla volta, sono idealmente divisi in tre gruppi: l’Origine dell’Universo, dell’Uomo e del Male. Del primo blocco fanno parte la Divisione della Luce dal Buio, la Creazione del Sole e della Luna, la Divisione delle Acque dalla Terra e la Creazione degli Animali. In questo primo ciclo, Dio è l’unico protagonista. Del secondo blocca fanno parte la Creazione dell’Uomo, la Creazione della Donna e la Cacciata dal Paradiso. Al terzo blocco appartengono il Sacrificio di Noè, il Diluvio Universale e l’Ebbrezza di Noè. Quest’ultimo fu il primo affresco creato da Michelangelo. I famosi Ignudi, che adornano agli angoli dei pannelli centrali, rappresentano la glorificazione del corpo umano.

Nel 1536, Michelangelo torna a Roma per dipingere il “Giudizio Universale”, la grandiosa composizione incentrata sulla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Un gesto, quello del Figlio di Dio, imperioso e pacato, dà l’avvio a un ampio e lento movimento rotatorio in cui sono coinvolte tutte le figure. Ne rimangono escluse le due lunette in alto con gruppi di angeli recanti in volo i simboli della Passione (a sinistra la Croce, i dadi e la corona di spine; a destra la colonna della Flagellazione, la scala e l’asta con la spugna imbevuta di aceto).

Accanto a Cristo c’è la Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione, ma solo attendere l’esito del Giudizio. È importante notare come lei guardi con dolcezza gli eletti al regno dei cieli, mentre il Cristo riservi uno sguardo duro e aspro a coloro che stanno scendendo negli inferi. Anche i Santi e i beati, disposti intorno alle due figure centrali, attendono con ansia di conoscere il verdetto. Alcuni predestinati alla gloria di Cristo sono facilmente riconoscibili: San Pietro con le due chiavi, che ritornano al suo unico possessore perché non serviranno più ad aprire e chiudere le porte dei cieli, San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeo con la pelle sulla quale sarebbe impresso l’autoritratto di Michelangelo – secondo quanto ricostruito nel 1925 dal medico e umanista calabrese Francesco La Cava – e il cui volto è il ritratto di Pietro Aretino, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, San Sebastiano in ginocchiato con le frecce in mano.

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Nella fascia sottostante, al centro, vi sono gli angeli dell’apocalisse che risvegliano i morti al suono delle lunghe trombe; a sinistra ecco i risorti in ascesa verso il cielo; a destra angeli e demoni fanno a gara per precipitare i dannati nell’inferno. Infine, in basso, ecco Caronte che a colpi di remo, insieme ai demoni, percuote e obbliga a scendere i dannati dalla sua imbarcazione per condurli davanti al giudice infernale Minosse, con il corpo avvolto da spire come un serpente. Un evidente riferimento all’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, poeta che viene raffigurato tra le anime del cielo. Michelangelo immagina la scena senza nessuna partizione architettonica: l’insieme è governato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente.

Ancora una volta l’artista concentra la propria attenzione sul corpo umano, sulla sua perfezione celeste e sulla sua deformazione tragica. La figura prevalente è la figura ellittica, come la mandorla di luce in cui è inscritto il Cristo o il risultato complessivo delle spinte di salita e di discesa, salvo alcune eccezioni, come la sfericità della banda centrale degli angeli con le tube o la triangolarità dei santi ai piedi di Cristo Giudice. Il tema, metaforizzato nella tempesta e nel caos del dipinto, si presta bene alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia di natura teologica che politica, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza.

Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La pelle di Michelangelo nelle mani del San Bartolomeo assiso, potente e nerboruto, su di una nuvola soave e con il capo rivolto verso Dio è simbolo del peccato del quale ora è privato.

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