Per non morire lavorando

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La riforma delle pensioni rimane per la Cisl uno degli obiettivi prioritari nell’ambito delle sue strategie politiche e d’azione. Ciò per rendere giustizia alle tante lavoratrici e ai tanti lavoratori che vivono sulla propria pelle le pesanti conseguenze della Legge Fornero e per sbloccare il mercato del lavoro che vede i giovani sempre più esclusi e sempre più a corto di speranze nel futuro. Senza entrare nel merito delle questioni più generali su cui è impegnata la Cisl nei tavoli di confronto – oggi il Governo pare più disponibile al confronto in materia – come Coordinamento nazionale Donne vogliamo soffermarci brevemente su un tema che riguarda in particolare le donne, la cosiddetta “opzione donna”, cogliendo anche l’occasione della pubblicazione dei dati contenuti nel Rapporto Inps presentato alle Camere nei giorni scorsi.

Questa misura che, lo ricordiamo, offre la possibilità alle donne di andare prima in pensione con almeno 35 anni di contributi ed un’età non inferiore a 57 anni e tre mesi per il settore pubblico e 58 anni e tre mesi per il settore privato, è stata estesa dalla nuova Legge di Stabilità a tutte le lavoratrici che abbiano maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2015, a patto però di optare per il calcolo contributivo sull’intero ammontare dei versamenti effettuati, anche quelli maturati nell’alveo del vecchio sistema retributivo. L’utilizzo di “Opzione donna” – secondo i dati dell’Istituto di previdenza – è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, parimenti all’aumentare dei requisiti per l’accesso al pensionamento, ma rispetto alla platea potenzialmente interessata solo il 20% ne ha usufruito e soprattutto tra le più giovani; oltre il 66% infatti sono lavoratrici tra i 58 e i 59 anni.

Perché mai una lavoratrice non dovrebbe “approfittare” di questa opportunità nonostante l’inasprimento dei requisiti per andare in pensione? La risposta è più semplice di quanto si pensi: molte donne non ritengono conveniente andare in pensione in quanto il ricalcolo dell’assegno mensile con il sistema esclusivamente contributivo ne determina sostanzialmente una decurtazione che può arrivare in alcuni casi finanche al 25% e oltre. Ovviamente, conti alla mano, per molte non resta che desistere, rimanere ulteriormente al lavoro e sperare in condizioni future migliori. Dobbiamo anche tener presente che le donne, così come i giovani, svolgono prevalentemente lavori saltuari e discontinui e che dunque non hanno la possibilità di grandi “accumuli” contributivi.

Per le donne, inoltre, occorre considerare il periodo dedicato al lavoro di cura che purtroppo ancora oggi pesa prevalentemente su di esse e spesso ne provoca la fuoriuscita dal contesto lavorativo. Il lavoro di cura supplisce alle carenze del sistema di welfare ma di fatto impoverisce il percorso previdenziale femminile. Per questo la nostra Organizzazione sta lavorando intensamente affinché possano essere garantite pensioni più dignitose alle lavoratrici e ai lavoratori, specie quelli con carriere più frammentarie, e per inserire elementi correttivi sul funzionamento del sistema contributivo, onde evitare, soprattutto alle suddette categorie, la doppia beffa, oggi legata alla scarsità del lavoro e domani all’entità della pensione.

Come donne della Cisl, nel condividere e supportare pienamente l’impegno che l’Organizzazione sta portando avanti in questa direzione, e preoccupate, per le ragioni prima esposte, dai risultati sull’utilizzo dell’opportunità concessa alle donne, sulle cui conseguenze avevamo già espresso qualche perplessità, auspichiamo una risposta adeguata da parte del Governo affinché la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori non diventi uno scambio troppo oneroso e non aggravi ulteriormente le diseguaglianze, in particolar modo quelle tra i sessi. Riconoscere la contribuzione figurativa – come richiede la Cisl – per i periodi dedicati al lavoro di cura e di assistenza familiare, presso tutte le gestioni previdenziali, è sicuramente un passo importante verso la parità.

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3 COMMENTS

  1. Cara Liliana,
    bene fai a ricalcare queste cose e la posizione attuale delle donne disastrate dalla riforma Fornero. Vorrei solo ricordarti che – nonostante le promesse e “chiacchiere” governative sulla flessibilità in uscita – persone a me vicine, padri di famiglia, a 64 anni di età e 39 anni di contributi versati si trovano da due anni, per effetto di detta riforma Fornero, senza lavoro e senza pensione. Perdi-più, dopo l’insulto anche la beffa: hanno avuto comunicazione che non spetta loro alcuna indennità di disoccupazione perché hanno svolto ( “per necessità” e non per scelta!) gli ultimi dieci anni di attività con partita Iva e sono ora equiparati, quindi, a liberi professionisti cui l’indennità non compete. In una di queste famiglie, la donna di casa, gravemente malata (va avanti con “trasfusioni”) e si è vista negare un sussidio di 300 euro mensili dai servizi sociali cui era stata inoltrata istanza in tal senso dal medico di famiglia mosso dalla valutazione dell’oggettiva grave situazione. Mi sembra opportuno segnalare pubblicamente questi casi affinché si possa giudicare, tu in primis che militi in CISL, se tutto questo è giusto e se possiamo ancora chiamare il nostro un Paese civile. Ogni indicazione da parte tua e di CISL per risolvere il problema di questo nucleo familiare sarà ben accetta.

  2. che altro aggiungere ?.Complimenti prof.Fornero è riuscita ad ingannarci ulteriormente laddove i nostri meschini governanti con pensioni da nababbi, già autori incompetenti e/o in malafede, non avevano osato, nemmeno loro, di arrivare !. Che calde lacrime scorrono su suoi gioielli per aver invetato questo sistema.

  3. Io nonme la prendo con la Prof. Fornero dato che credo sia stata unpo’ obbligata da ungoverno un po’ arraffazzonato per venire incontro alle richeste dell’Europa dopo che per anni si negava che esistesse una crisi anche in Italia. Mi fa rabbia pensare che nei vari governi le varie riforme delle pensioni sono state fatte senza tener conto delgi italiani. Con il modificarsi continuo delle regole, ognuno, appena si apriva uno qualche spiraglio “scappava” in pensione anche se volentieri avrebbe lavorato per altri anni, se avesse poi avuto la sicurezza che ,raggiunti comunque i diritti pensionistici, avrebbe potuto andarci, magari al cambiare delle situazioni ( nascita di nipoti malattia di genitori….) Perchè seve tenere presente che, specie per le donne, l’andare in pensione significava aver tempo per fungere da Welfare con la generazione dopo, ma anche con quella prima dato l’allungarsi della vita.
    In sintesi direi che la riforma cosidetta Fornero avrà salvato i conti INPS,ma ha rovinato buona parte di Italia (a nche perchè mi dice che motivazione al lavoro, che stimoli all’innovazione si possono avere compiuti i 60/65 anni aspettando solo di andare in pensione?

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