STILATA LA MAPPA DEL DNA DELLA “VITA ESTREMA” IN ANTARTIDE I ricercatori dell'Università di Camerino hanno analizzato il Dna dell'Euplotes focardii

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È stata stilata per la prima volta la mappa del Dna dei microorganismi in grado di vivere in situazioni ambientali estreme. Il risultato degli studi, raggiunto grazie al gruppo coordinato da Cristina Miceli dell’università di Camerino, mostra quali geni e proteine aiutano un microrganismo che vive nelle acque gelide dell’Antartide ad affrontare le temperature fredde e il suo ambiente saturo di ossigeno.

I ricercatori dell’ateneo marchigiano hanno analizzato il Dna di un organismo unicellulare chiamato Euplotes focardii, che vive nelle acque antartiche e hanno confrontato i suoi geni con quelli di una specie cugina che vive a temperature più miti. “La ricerca sulle basi molecolari dell’adattamento al freddo di organismi antartici viene portata avanti da parecchio tempo dall’università di Camerino e ci sono già molte pubblicazioni su specifici geni e proteine soprattutto enzimi modificati per poter adattare la vita la freddo” ha spiegato Miceli, professoressa ordinaria alla Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria a camerino. Adesso per “avere una visione più completa stiamo lavorando sull’Euplotes focardii che è un microorganismo strettamente adattato a quell’ambiente”.

Grazie agli studi condotti dal groppo, è stato scoperto che la maggior parte dei geni di questo particolare microrganismo producono proteine che lo aiutano a difendersi dallo stress ossidativo dovuto dall’accumulo di sostanze tossiche presenti nell’ambiente in cui vive che è saturo di ossigeno. Inoltre, sono stati scoperti geni specializzati nella produzione di proteine specifiche che hanno la funzione di proteggere le altre proteine dallo stress ossidativo e dal freddo. Queste proteine protettive, secondo gli autori, sono probabilmente una caratteristica importante dei microrganismi che si sono adattati all’ambiente Antartico e potrebbero rivelarsi utili anche nell’adattamento ai cambiamenti climatici.

In generale, ha osservato la ricercatrice, “studiare come questo microrganismo risponda all’ambiente più ricco di ossigeno ci aiuta a capire meglio la risposta degli organismi marini ai cambiamenti climatici e chimici degli oceani”. Lo studio è stato presentato alla conferenza delle società di genetica americane in corso a Orlando, in Florida.

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