IL CARCERE SENZA SBARRE

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Elevato numero di decessi e suicidi, mancanza di opportunità di lavoro e formazione, persone con problemi di consumo (o abuso) di droghe e sostanze stupefacenti, problemi igienici e sanitari, disagi psichici, discriminazione razziale. E’ questo il ritratto delle carceri italiane. Un quadro al quale, purtroppo, siamo ormai abituati. Così come non ci fanno più effetto le proteste di chi denuncia una situazione al limite della civiltà, come il rapporto dell’associazione Antigone. Dietro le sbarre viene violata non solo la dignità umana, ma anche la Costituzione italiana, che all’articolo 27 afferma: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un obiettivo non ancora raggiunto in diverse nazioni del Vecchio Continente.

Forse è per questo che in molti hanno sorriso quando nel 2010, il vice ministro della giustizia norvegese disse che la punizione di un detenuto consiste nell’essere in carcere e non nel perdere i suoi diritti di cittadino. Nel Paese dei fiordi questo intento etico è divenuto una realtà concreta, applicata ogni giorno nelle strutture penitenziarie esistenti e seguita alla lettera nella progettazione di quelle nuove. Nel carcere di massima sicurezza di Halden non ci sono sbarre. Agli occhi di chi lo osserva da fuori potrebbe sembrare un campus universitario o un ospedale. Non ci sono guardie armate a pattugliare il perimetro della struttura. Tutt’attorno immense distese di betulle. Sullo sfondo, i fiordi.

Nessun detenuto ha mai cercato di fuggire. Ciascuno di loro ha una stanza privata con televisione a schermo piatto, una doccia, un frigo e mobili in legno. A differenza di quello che accade nelle carceri italiane, i prigionieri trascorrono la maggior parte della giornata fuori dalla loro cella giocando a baseball, allenandosi sulle pareti da arrampicata. Vivono in comunità, si prendono cura dell’ambiente tagliando la legna necessaria ad alimentare le caldaie, coltivano orti e allevano animali. Tra di loro non ci sono solo piccoli criminali, ma anche killer, stupratori e rapinatori. La durata massima delle sentenze in Norvegia, anche per gli omicidi, è di 21 anni. Quindi, le prigioni cercano di preparare i detenuti al ritorno nella società e per questo ricreano un ambiente simile a quello delle città.

Halden, ribattezzata come “la prigione più umana del mondo”, è costata oltre 187 milioni di euro. Per ogni singolo prigioniero norvegese, lo Stato spende circa 80 mila euro all’anno: il triplo rispetto agli Usa. Non solo. Il sistema giudiziario, identificato con la massima “meglio fuori che dentro”, evita di incarcerare i cittadini. A finire in carcere sono circa 75 persone ogni 100 mila abitanti. Quasi un decimo rispetto ai 707 che si registrano negli Stati Uniti, o i 103,8 in Italia.

La grande sorpresa è che il sistema nordico sembra funzionare: nel Paese scandinavo c’è un tasso di recidività del 20 per cento, uno tra i più bassi al mondo. Tutto il contrario di quello che accade nella civilissima America, dove il 75 per cento dei detenuti vengono arrestati nuovamente dopo la scarcerazione. L’Italia non se la passa meglio. Nel Bel Paese, infatti, la percentuale di recidiva media è del 68,45 per cento. “Se trattiamo le persone come fossero animali quando sono in prigione, è probabile che si comportino come animali. Per questo qui cerchiamo di trattare i detenuti come esseri umani”, ha riferito Arne Nilsen, ex direttore di una prigione norvegese, in un’intervista al The Guardian.

Quando i detenuti vengono scarcerati, lo Stato interviene facendo in modo che riescano a trovare un lavoro e una casa. Inoltre, per evitare che la povertà e la disoccupazione li inducano a tornare a frequentare i circoli viziosi della criminalità, a tutti gli ex galeotti sono garantite le cure pubbliche e una pensione minima. “La vera giustizia è rispettare i prigionieri: in questo modo insegniamo loro a rispettare gli altri – prosegue Nilsen -. Ma continuiamo a tenerli d’occhio. È importante che quando siano scarcerati siano meno propensi a commettere altri crimini. Così si crea una società più giusta”.

Ovviamente, non mancano le critiche a questo sistema, soprattutto per il fatto che sembra attirare criminali stranieri, spinti a “emigrare” nei fiordi visto il trattamento di lusso dei suoi penitenziari. Ma ciò non accade. Merito anche, dicono alcuni esperti, delle alte spese per il welfare stanziate ogni anno. In aggiunta a ciò, la mancanza quasi totale di sensazionalismo dei mass media nel riportare i crimini più efferati aiuta a diffondere quel senso di tolleranza necessario per gestire un sistema di questo tipo. Tutto l’esatto contrario di quello che accade in Italia, dove se si pensa alle carceri vengono in mente i reati di mafia e quelli legati all’immigrazione.

Secondo il Time gli investimenti nella rieducazione dei carcerati producono esternalità positive, valutabili anche in un risparmio monetario sul lungo periodo. Per fare un esempio, le guardie carcerarie, in Norvegia, godono di uno status elevato e si guadagnano il rispetto dei detenuti non con le armi e la violenza, ma chiamandoli per nome, mangiando con loro e facendosi coinvolgere nelle loro attività ricreative. Dopotutto, ne era convinto anche Fedor Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.

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