MIGRANTE UCCISO, MANCINI SI DIFENDE: “NON VOLEVO AMMAZZARLO” Conclusa l'udienza per la convalida del fermo. Il legale dell'ultras: "Donerà alla moglie della vittima tutto quello che ha"

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Si è conclusa l’udienza per la convalida del fermo di Amedeo Mancini, l’uomo che la scorsa settimana ha ucciso il migrante nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi, intervenuto per difendere la moglie dopo alcuni insulti razzisti. Una vicenda drammatica, nella quale, come ha sottolineato don Vinicio Albanesi, le vittime sono due: l’aggredito e l’aggressore. Una storia in cui si mischiano intolleranza, emarginazione e insolute problematiche sociali, su cui il Paese, in questi giorni, si sta interrogando.

Il legale di Mancini, Francesco De Minicis, incontrando i giornalisti dopo l’udienza, ha spiegato che il suo assistito “riconosce di avere una responsabilità morale ma non giurdica” nella morte dell’africano. Per questo ha detto di voler mettere a disposizione della vedova tutto quello che ha “un terzo di casa colonica e un pezzettino di terra lasciatagli dal padre, a disposizione della vedova”.

L’ultrà di Fermo ha confermato la sua versione dei fatti. Ha ammesso di aver insultato la donna chiamandola “scimmia africana” e ha ribadito di essersi difeso con un pugno dalla successiva aggressione del nigeriano. Non avrebbe avuto, però, “nessuna intenzione di uccidere”.  Mancini, ha precisato il legale, “non è un allevatore di tori. E’ uno che sta anche lui tra gli ultimi della terra. La responsabilità morale se la sente tutta per questo ha offerto alla vedova tutto quello che ha”.

La partita legale si giocherà su tecnicismi e, in particolare, sul discrimine tra omicidio preterintenzionale e legittima difesa. Secondo l’avvocato “ora c’è un’inchiesta che stabilirà se e quali responsabilità penali ha Amedeo, se e quanta consapevolezza del disvalore delle sue azioni aveva quando le ha commesse”. Tra un cavillo e l’altro, mentre il processo andrà avanti, sarà però necessario non perdere di vita l’elemento più vergognoso di questa vicenda: il razzismo. Se Mancini non avesse insultato la moglie, Nnamedi non avrebbe reagito e non sarebbe morto. A prescindere dall’esito del procedimento è su questo elemento che, come comunità, siamo chiamati a riflettere.

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