Come rivoluzionare la politica

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Il presente è buio. Nessun valore, nessuna idea, nessuna visione del mondo. Tutto spazzato via dal neoliberismo imperante. Neoliberismo disumano, perché ha reso le persone – vale a dire, ciascuno di noi – schiave degli istinti, dei desideri, delle cupidigie della finanza. La finanza, il potere della moneta, controlla tutto e tutto brucia tutto, economia inclusa.

Il terzo millennio venera un’unica divinità: il denaro. Conosce un solo scopo: produrre e accumulare denaro. L’obiettivo non è migliorare le condizioni di vita del maggior numero di persone, ma aumentare a dismisura la ricchezza di quei pochissimi che hanno tantissimo, mentre i tantissimi che hanno pochissimo avranno sempre meno.

Il detto evangelico si realizza in modo tragico: “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt. 13,12). Brancoliamo in questo buio, cercando qualcosa che lo illumini. Ma, la luce che cerchiamo è dentro, non fuori di noi. Perché il mondo è figlio dell’uomo, molto più di quanto l’uomo non sia figlio del mondo.

Ma, cosa significa saper farsi luce? Significa saper animare la realtà di un nuovo umanesimo. E qual è la sorgente di questo umanesimo? La più grande rivoluzione di tutti i tempi: la rivoluzione cristiana.

Il cristiano si pone contrasto con l’ordinamento, non per pura protesta, non per rovesciarlo. La rivoluzione cristiana è “per”, “a favore di”, non “contro”: per la persona umana e il bene collettivo, a favore dell’umanità. È un contrasto tragico, che nasce da una inestinguibile sete di giustizia, che spinge i cristiani a lottare per rendere l’ordinamento conforme, appunto, alla verità e al bene.

E dato che la domanda di giustizia non si esaurisce mai, nemmeno la rivoluzione cristiana si esaurisce. È una rivoluzione permanente, come impegno concreto e quotidiano. Si vive nella testimonianza – nei fatti e non a parole – di quei valori che liberano dall’idolatria del denaro e ci avvicinano al cuore degli ultimi per renderli pienamente uomini.

E questo è il fine della politica: servire gli altri, non servirsi degli altri. Servire per rendere le persone veramente e pienamente tali. O ci sentiamo investiti da questa missione o non siamo uomini politici. E per questo non esiste una proposta religiosa che non abbia una ricaduta politica, né esiste una proposta politica che non sia anche religiosa, che non abbia, cioè, un rapporto con un fine ultimo, superiore. Non a caso la definizione più illuminante del termine politica ci viene da uno dei più grandi Papi del Novecento, Paolo VI, che considerava la politica la più alta forma di carità. Nella lingua della Chiesa, la parola “carità” significa semplicemente e concretamente amore. Ne consegue che la politica è la più alta forma di amore.

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