L’autunno di Renzi

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primavera

L’autunno del patriarca è uno dei libri più belli e controversi di Gabriel Garcia Marquez. Sì, esattamente lui, quello del successo planetario di Cent’anni di solitudine. Il romanzo, pubblicato nel 1975, narra la storia del dittatore di uno stato caraibico, scritto con uno stile innovativo che l’autore ricercò apposta per distanziarsi dal colossale successo del precedente volume. Ecco, fatte le debite proporzioni e premettendo l’assoluta buonafede, sarebbe necessario rifarsi a quella lezione stilistica per trovare una scrittura sufficientemente epica per provare a descrivere l’autunno che attende il premier Matteo Renzi.

Referendum costituzionale, resa dei conti interna al partito, il congresso usato come una spada di damocle, conti economici da mettere a posto, rapporti con l’Europa da definire, l’assalto alla diligenza da parte dei comuni passati in mano ai grillini da evitare. Insomma, un quadro tutt’altro che rassicurante. Del resto dopo il diluvio dalla rottamazione, rimossa dal patto del Nazareno, transitando per la tortuosa via del voto amministrativo e della campagna elettorale permanente, per approdare alla trasfigurazione dantesca, con la citazione del conte Ugolino, impongono un’urgenza: trovare una nuova cifra stilistica per interpretare una fase tutt’altro che facile.

La destrutturazione del sistema politico, così come lo conoscevamo, messa in atto dal capo del governo non ha prodotto nuove categorie, ma una sorta di grande arena dove i gladiatori combattono all’infinito. Come se fossero mossi da una coazione a ripetere priva della dimensione spazio tempo. In pratica si combatte sempre ma non c’è mai un finale vero, perché è un po’ come se il fischio d’inizio non ci fosse mai stato. Dunque impossibile emettere quello finale. Il caso Napoli, ben prima del quadro emerso dalla direzione nazionale, è da manuale. “Napoli è un baco per il Pd, serve un commissariamento molto forte”, diceva Renzi il 6 giugno scorso, commentando il primo turno delle amministrative. Tre settimane dopo, il problema Napoli sembra già derubricato. Il lanciafiamme evocato dal premier-segretario e poco meno di una cerbottana.

Da Roma arriverà nel capoluogo partenopeo un commissario, ma sarà solo per il Comune di Napoli e non per la federazione provinciale, che continuerà a essere guidata dal segretario Venanzio Carpentieri, lodato dal partito romano per i successi nei comuni dell’hinterland, vinti 7 su 9 ballottaggi, da Castellamare di Stabia ad Afragola. L’uomo mandato da Roma arriverà dunque a commissariare una realtà che non esiste, dato che da quando è nato il Pd non c’è mai stato un segretario cittadino. Un paradosso, una beffa a volerla prendere nel senso pieno del senso, che lascia l’amaro in bocca a chi, tra i non renziani, aveva comunque concordato col premier sull’idea di un reset totale del partito napoletano. Ma i capibastone locali, i ras di quartiere, lo stesso Antonio Bassolino, hanno fermato tutto. Quella è terra loro. Ragioni più che sufficienti per cambiare idea. Ma non copione. Anzi, liturgia. Perché Renzi, come Marquez è corroso dal sacro fuoco dell’innovazione.

E alla direzione del Pd manda in scena l’epica dantesca parlando di “tradimento”. Meglio, del “rosicchiamento” dell’altrui cranio fino a far venire fuori l’osso, in un supplizio eternamente ritornante nel freddo ghiaccio di una buca infernale. Il richiamo alla “strategia del Conte Ugolino” denunciata da Renzi alla direzione del Pd può essere letto in diverse direzioni, e prestarsi a più di un’interpretazione. Se non altro perché le cose, in politica, finiscono sempre per riaffiorare dal terreno, come riaffiorano nel tempo i rancori e ritornano le maledizioni. E siccome la politica contemporanea segue le regole immortali che già vigevano nel lontano Duecento, colpisce come il più famoso dannato della Commedia ritorni al centro del dibattito politico, per giunta nel giorno in cui dalla sua patria toscana arriva la notizia che l’amministrazione piddina di Pisa si appresta a scavare nel luogo dove sorgeva la di lui casa.

Pisa: terra di traditori e di traditi, il cui esponente politico principale in questo scorcio di secolo si chiama Enrico Letta, e qui ci fermiamo. Andando oltre le metafore e i giochi di parole la sensazione vera è che il premier segretario sia davvero, per la prima volta da quando è a palazzo Chigi, all’inizio di quel tornante della storia dove si vince o si perde. Per Sempre. E se l’autunno di Renzi sarà simile a quello del patriarca lo scopriremo molto presto.

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