BANGLADESH, L’OMAGGIO DI DACCA ALLE VITTIME DEL TERRORISMO Il Ministro dell'Interno bengalese: "Il commando era formato da ricchi rampolli senza legami con lo stato islamico"

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Dopo la strage, Dacca piange le vittime del terrorismo. Ventotto bare, poste su una piattaforma rialzata e avvolte nelle bandiere di India, Italia, Bangladesh, Giappone e Stati Uniti, le nazioni dei morti stranieri, nove dei quali italiani, hanno ricevuto l’omaggio del Bangladesh nel secondo giorno di lutto nazionale. La premier Sheikh Hasina, alle ore dieci locali, ha deposto corone di fiori sui feretri dove si è fermata, a lungo, in silenzio orante. Alla cerimonia hanno preso parte anche i rappresentanti delle autorità italiane, indiane, giapponesi e americane. In seguito, è stato consentito l’accesso alla struttura ai familiari e ai tanti cittadini che hanno voluto deporre una candela, o un fiore.

Nel frattempo, l’intelligence bengalese ha reso noto che l’Isis, probabilmente, non ha nulla a che vedere con questo attacco. Infatti, secondo il Ministero dell’Interno, i giovani terroristi rampolli si sarebbero arruolati nelle file della jihad “per moda”. Tuttavia, è stato necessario assistere allo sgozzamento di ventotto persone in un gettonato ristorante della classe medio-alta (la strage più grave mai registrata nella storia del Paese), affinché il governo, che da sempre ha negato infiltrazioni del terrorismo globale in Bangladesh, esaminasse con la dovuta attenzione la rivendicazione dell’azione da parte dei seguaci del sedicente stato islamico.

Dal febbraio 2015, quando gli attacchi a intellettuali, blogger, stranieri ed esponenti di minoranze religiose si sono fatti sempre più frequenti, Al Qaida e l’Isis, sistematicamente, se li sono attribuiti, collezionandone più di venti ciascuno. Ma nella strage avvenuta alla Bakery del quartiere diplomatico di Gulshan-2, che l’Isis ha fatto sua tramite Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato, è stata opera di un commando bengalese di cui si conoscono sia i nomi che i volti dei killer: Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon. ognuno di loro era seguito da tempo dai servizi segreti del posto. Fino a qualche mese fa la premier Sheikh Hasina ed i suoi ministri escludevano la presenza dell’Isis o di Al Qaida nel Paese, ripetendo che i colpevoli degli attentati non erano altro che i membri dell’opposizione guidata dal Partito nazionalista bengalese (Bnp).

Il governo ha continuato a negare la presenza di jihadisti dell’Isis nel Paese, insistendo nel mantenere la questione entro i confini nazionali, attribuendo la responsabilità dell’attacco ad un gruppo islamista indigeno, il Jumatul Mujaheddin Bangladesh. Gli autori del massacro sono “tutti istruiti, provenienti da famiglie benestanti, sono andati all’università e nessuno di loro ha mai frequentato una madrassa”, ha dichiarato il Ministro Asaduzzaman Khan. Alla domanda sul perché sarebbero diventati militanti islamici, Khan ha risposto: “E’ diventata una moda”.

A ricordare le vittime dell’attentato all’Holey Artisan Bakery anche mons. Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi e presidente della Commissione episcopale Giustizia e pace, che ad AsiaNews ha dichiarato: “Quello che è accaduto rappresenta una barbarie senza giustificazioni. Il nome di Dio non può e non deve essere tirato in mezzo a simili atti. È triste però vedere che a morire siano stati dei non musulmani: ora tocca ai fedeli islamici intervenire, alzarsi in piedi per salvare la faccia della loro religione”.

“Nessuno, di alcuna religione, può giustificare un’uccisione. Ma è triste constatare che gli ostaggi sono morti perché non musulmani: Dio non tollererà questo massacro. Ora tocca agli islamici del Paese: si devono alzare in piedi per salvare l’immagine e la faccia della propria religione. La pace deve prevalere su tutti noi”. La Chiesa del Bangladesh, conclude il presule, “prega per queste vittime del terrorismo islamico. Possa Dio garantire la pace eterna a queste anime defunte. I martiri cristiani della strage saranno ricordati in maniera molto speciale”.

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