L’albero della vita

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Poiché continua a diffondersi in campo cattolico la pratica dell’albero genealogico come strumento di liberazione dagli influssi degli antenati, di necessità bisogna precisare la provenienza di una tale teoria e che cosa afferma. Essa ha le sue radici in Gustav Jung, che volendo dare ragione in termini evoluzionisti degli archetipi comuni presenti nell’uomo, ha coniato il termine d’inconscio collettivo. L’inconscio collettivo sarebbe l’accumulo delle esperienze passate, culturali, degli uomini, trasmesse per via genetica nel cervello, avendosi così la struttura della psiche dell’intera umanità, sviluppatasi nel tempo.

A questa teoria si oppone subito il concetto di natura umana, medesima in tutti gli uomini. Tutto il genere umano è razza di Adamo, se si vuole usare il termine razza, caro a un brutto passato. Ora, è la medesima natura umana che fa sì che ci siano dei dati base comuni (che anch’io voglio chiamare archetipi): gli istinti animali; gli istinti razionali – si badi razionali – cioè gli interrogativi che sorgono in ogni uomo e che richiedono risposte. In particolare l’istinto razionale a cogliere l’esistenza della divinità.

Gustave Jung pose l’inconscio collettivo anche nei limiti di un albero genealogico di famiglia. Così, nella sua autobiografia “Mie vie” redatta quando aveva ottanta anni: “Mentre lavoravo al mio albero genealogico, ho capito la strana comunanza di destino che mi lega ai miei antenati. Ho fortemente il sentimento di essere sotto l’influenza di cose o problemi che furono lasciati incompleti o senza risposta dai miei genitori, dai miei nonni, dai miei bisnonni e dai miei antenati. Mi sembra spesso che ci sia in una famiglia un karma impersonale che si trasmette dai genitori ai figli”. Jung parla di un immaginario karma genetico. E’ quello che si chiama ombra junghiana.

L’ombra Junghiana ha dato il via alla fittizia “Psicogenealogia”. Bert Hellinger , nato nel 1925 in Germania, psicologo e sacerdote cattolico si è posto sostanzialmente su questa linea, che divulgò dal 1980. Bert Hellinger considera l’albero genealogico pensando a un fantomatico “campo energetico” di influenze nel sistema familiare in questione.

L’ombra Junghiana è entrata in campo religioso dando il via alla pratica di guarigione mediante l’apporto dell’albero genealogico, prima con il Congregazionista (anglicano) Kenneth Mc All (1). Poi ad opera del Claretiano John Hampsch (2), del Gesuita Robert De Grandis, che dipende sia da Kenneth Mc All, sia da John Hampsh (3), e altri diffusori, in campo carismatico. L’ombra junghiana è vista da Kenneth Mc All come influsso delle anime degli antenati di un albero genealogico. In concreto se uno sta male, la causa deve essere ricercata nell’albero genealogico, dove s’individueranno situazioni traumatiche di antenati, i quali influiscono sui viventi determinando disagi, quali segnalazioni del loro disagio ultraterreno. Sono anime vaganti, in uno stato di pena (non esiste la menzione né del Purgatorio, né dell’Inferno), che cercano un atto d’amore per essere liberate e accedere al cielo, con la conseguenza che vengono liberati – per rimbalzo – coloro che danno loro amore, mediante preghiera, celebrazione eucaristica.

Biblicamente Kenneth Mc All cita il testo di Esodo (20,5-6) dove si dice che Dio colpisce i discendenti degli empi fino alla quarta generazione. Così Dio farebbe sì che le anime vaganti nell’aldilà possano far sentire traumaticamente il loro disagio. Ma Esodo dice ben altrimenti, trattandosi di un quadro di alleanza tra Dio e tutto il popolo. I violatori dell’alleanza non avranno discendenza stabile, perché senza le benedizioni dell’alleanza. Padre Hampsch vizia il contenuto di Ezechiele (18,1s) ponendo il brano nell’orizzonte messianico, per cui i padri sono liberati dalla pietà dei figli stabiliti in Cristo e i figli, in tal modo, sono liberi dagli influssi dei padri, giunti nell’aldilà. Un grave pasticcio denunciato dalla “Conference des Eveques de France”

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