SETTE SORELLE PER UNA CASA COMUNE

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sorelle in Europa, per la casa comune

Mentre i commentatori internazionali si arrovellano e combattono tra loro intorno alle opposte idee sulle conseguenze del BrExit, il 29 giugno ci ha richiamato alla memoria la più antica e piccola federazione tra Stati e nazioni in Europa. Un’esperienza precedente perfino alla Confederazione Elvetica, antesignana degli Stati federali e delle confederazioni come l’Ue: la Federazione dei Sette Comuni.

Nota anche con il nome di Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, era nata di fatto nella seconda metà del XIII secolo d. C., come Lega delle Sette Terre Sorelle, ma ufficialmente fu costituita nel 1310, tra i sette comuni sull’Altopiano delle Alpi vicentine tra i fiumi Astico e Brenta: Asiago, Lusiana, Enego, Roana, Rotzo, Gallio, Foza. Dal punto di vista ecclesiastico, l’Altopiano delle Sette Sorelle oggi appartiene alla Diocesi di Padova. Nel 1404, la Federazione fece atto di dedizione alla Repubblica di Venezia, che garantì i privilegi, come l’autonomia di statuto, rapporti commerciali favorevoli e l’addestramento dei militari, per i prossimi quattrocento anni. Le cariche erano tutte elettive. Nel 1600, fu perfino costituita una Milizia dei Sette Comuni e del canale del Brenta, che cento anni dopo contava oltre 4mila soldati. Allo scadere del tempo dell’accordo, dieci anni dopo la fine della Repubblica Serenissima. ed esattamente il 29 giugno 1807, Napoleone I, imperatore dei francesi e re d’Italia, sciolse la Federazione, abolendo al Reggenza. Finiva, così, almeno sul piano giuridico e formale, una felice esperienza di “convivenza sul modello familiare” di popolazioni che condividevano una concezione della società come comunità, appunto, di fratelli e sorelle, con una visione – e condivisione – del bene comune talmente sinceramente fraterna che ancora oggi è un modello in tutta Europa.

“Qui c’è qualcosa che non c’è in altre parti d’Europa”, ha dichiarato l’intellettuale e artista Marco Paolini. Il territorio, infatti, è per il 90 percento “proprietà collettiva”, degli abitanti nella comunità: non demaniale, dello Stato o degli Enti locali, né privata, dei singoli cittadini, ma bene di tutti. I cittadini sono iscritti all’anagrafe per gruppi familiari aventi diritto di “uso civico”. Fino al 1926, tra l’altro, tutto era gestito insieme dai Sette Comuni. Oggi, è comunque amministrato insieme, anche se suddiviso in aree di competenza. E, per gli effetti della legge n. 1766 del 16 giugno 1927, la proprietà collettiva è inalienabile, indivisibile e vincolata in perpetuo alla sua antica destinazione d’uso, e appartiene pienamente alla comunità. E ancora sopravvive la lingua dei cimbri, di origine germanica ,presso una parte della popolazione.

Scrittori eccellenti hanno raccontato l’efferatezza della Prima Guerra Mondiale in questi territori, che però festeggiarono anche i grandi successi dell’esercito italiano. I nostrani Carlo Emilio Gadda, o Emilio Lussu, per esempio. Ma anche campioni della letteratura internazionale e premi Nobel, come Ernest Hemingway, Rudyard Kypling, il grande pensatore europeo Franz Kafka. “Vorrei essere seppellito sull’Altopiano, dove li abbiamo battuti, sul Grappa, sull’angolo morto di qualsiasi pendio, crivellato di granate, purché mandino le vacche a pascolare”, scriveva Hemingway, che vi era stato durante la Grande Guerra come autista di autoambulanze volontario nella Croce Rossa.

In questo momento critico di passaggio dell’Unione Europea, nel quale a gran voce e a più voci – compreso il Papa – si invoca un cambiamento di rotta, nell’organizzazione dell’Unione Europea, per ricondurla verso la terra sicura delle origini e dei valori per cui è nata, principalmente appunto quello della solidarietà fraterna tra popoli e nazioni, può essere utile ricordare, come esempio felice e intramontabile, tipicamente europeo e orgogliosamente italiano, l’esperienza federativa dei Sette Comuni. Anche come “stimolo” procedere sulla via, già disegnata come speranza dai padri fondatori, di una Unione Europea anche politica, negli Stati Uniti d’Europa che per primo un inglese aveva pensato: Winston Churchill, il principale promotore di un’alleanza europea contro il nazismo.

Era questo “l’unico rimedio per rendere l’Europa libera e felice”, disse il primo ministro britannico e premio Nobel per la letteratura, nel suo discorso alla gioventù dell’Università di Zurigo (significativamente in Svizzera), nel 1946, alla fine della Seconda Guerra mondiale. Il rimedio, alle ingiustizie, alle guerre, alle competizioni, ai pericolosi personalismi, per Churchill, sarebbe stato proprio nella nascita di una Confederazione di Stati e popoli fratelli, di nazioni sorelle. L’“unico rimedio” consiste “nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa riusciamo a ricostruire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza ed in libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa”, dichiarava Churchill.

Uno schiaffo a chi oggi accusa l’Inghilterra di imperialismo egoista ed egocentrico per spiegare la decisione, per volontà popolare, di uscire da “questa” Unione Europea. Un’altra Unione, una vera Unione è possibile. E sarebbe auspicabile che guardasse – innanzitutto conoscendolo, per poterlo praticare – al bellissimo modello di fraternità comunitaria e di buona società dei bravi montanari dei Sette Comuni italiani, per ricostruire la “casa comune” in modo che, questa volta, sia comune davvero.

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