Europa, più Unione fa la forza

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“Tutti noi abbiamo ora una grande responsabilità per garantire il bene e la convivenza di tutto il continente europeo”. L’appello di Papa Francesco deve scuotere oggi i Governi e tutta la classe dirigente per farci riscoprire l’Europa della gente, del lavoro e del sociale. L’Europa è stata l’aspirazione e l’ambizione di tanti paesi che in questi anni hanno premuto per entrarvi. Oggi purtroppo sta accadendo il contrario. Esser rimasti per 10 anni, dopo la bocciatura del Referendum costituzionale nel 2005 da parte di Francia ed Olanda, in mezzo al guado degli egoismi nazionali e di una politica economica e fiscale recessiva ha aggravato l’impatto sociale già devastante della crisi, nonostante il costante tentativo di mitigazione della Bce con la sua politica monetaria espansiva.

C’è stata una evidente incapacità della politica europea di rispondere alle domande, fondamentali e vitali, dei suoi popoli, offrendo ai movimenti nazionalisti e populisti, anti Europa ed anti euro, il terreno ottimale di coltura e di crescita di un consenso generalizzato. Oggi vediamo le conseguenze negative del fiscal compact e delle scelte sbagliate dei Governi : abbiamo un’Europa che stenta a crescere, che ha perso milioni di posti di lavoro aumentando le diseguaglianze sociali, che non è competitiva sui mercati mondiali, e che non è in grado di essere forza di pace e stabilità nel mondo. E’ un’Europa molto egoista, chiusa in se’ stessa, che non esprime solidarietà: basti guardare quanti problemi e allarmi per accogliere poche centinaia di migliaia di profughi. La verità è che l’Europa dell’austerity, che non investe e non innova, ha generato nei cittadini sfiducia e distacco. È un modello da cambiare. Ecco perché c’e’ bisogno di un’accelerazione per recuperare lo spirito dei primi trattati, con poche ma efficaci misure che speriamo i paesi fondatori decideranno di prendere.

Accanto alla moneta unica dobbiamo avere un ministero dell’Economia europeo, dotato degli strumenti per svolgere una politica economica europea, con una gestione solidaristica del debito, e la creazione di obbligazioni per garantire risorse per l’economia reale. La Cisl da tempo propone che una parte del debito pubblico dei singoli paesi sia mutualizzato, attraverso l’emissione di eurobond sottoscritti dai cittadini e dagli investitori istituzionali. In questo modo, tra l’altro, si abbatterebbe enormemente il costo del rifinanziamento dei debiti sovrani. Ogni Stato, però, deve consegnare garanzie, come le riserve auree delle banche centrali o i pacchetti azionari dei diversi asset pubblici. Nello stesso tempo potrebbero essere emessi dei project bond, cioè obbligazioni che generino risorse sempre per sostenere l’economia reale. Oggi la mancanza di questi strumenti viene in qualche modo mitigata dal quantitative easing della Bce, che ha dovuto quasi sostituire la politica, incapace di compiere scelte importanti.

Dobbiamo puntare invece a costruire l’Europa politica, con chi ci sta, con chi accetta la sfida e porta avanti queste idee, a partire dai paesi fondatori. Soltanto se conquisteremo un’Europa economica comune riusciremo a unificare anche i sistemi di welfare, la legislazione sul lavoro, la contrattazione, i sistemi fiscali. La solidarieta’ e’ oggi la scelta possibile . Questo e’ quello che ci aspettiamo dal vertice dei paesi europei.
Al rischio di emulazione politica da parte di altri paesi, bisogna rispondere con un colpo d’ala, una vera svolta nella riscrittura della “costituzione economica europea” con una Germania piu aperta e lungimirante di quanto non lo sia stata in questi anni. L’Italia, che e’ stata uno dei paesi fondatori dell’ Europa deve giocare un ruolo politico piu’ forte in questa fase cosi difficile. Il crollo drammatico dei titoli delle aziende di credito e l’ aumento degli spread, oltre ad aumentare il costo del rifinanziamento del debito pubblico, porterebbe alla riduzione dei crediti alle famiglie ed alle imprese, trasmettendo impulsi recessivi all’intera economia.

Il ritorno ai nazionalismi, alle monete nazionali, ai protezionismi, alle barriere commerciali, alle guerre valutarie, vanificherebbe le battaglie per la giustizia sociale e per la democrazia che hanno segnato la storia del movimento dei lavoratori.
Per queste ragioni il tentativo ancora possibile di salvare la prospettiva degli Stati Uniti D’Europa è, senza dubbio, una battaglia sociale, culturale e di civiltà per la quale tutti i sindacati europei devono oggi mobilitarsi ed offrire il contributo di idee, di passione e di impegno di cui saremo capaci.

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