Debito pubblico, compagni di viaggio

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paura

Siamo un popolo di santi, navigatori e indebitati. Quest’ultima connotazione viene sia dal guardare il debito pubblico che la sofferenza di famiglie e imprese. Navigatori lo siamo diventati giocoforza per barcamenarci nella sovrapposizione di impegni nazionali e internazionale che tolgono risorse al vivere quotidiano. “Santi” ci diventiamo quando, nonostante tutto, amiamo ancora il nostro Paese e respingiamo la tentazione centrifuga che ha già fatto uscire dal suolo nazionale tanti giovani laureati e brillanti imprenditori.

Battute a parte, la situazione è grave. Lo ha detto chiaramente il presidente di coordinamento delle sezioni riunite della Corte dei Conti Angelo Buscema nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2015. “Il recupero della crescita del Pil appare ancora troppo modesto e soprattutto – ha spiegato – in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei. L’elemento di maggiore vulnerabilità” italiana, “l’elevato livello del debito pubblico, impone, ben più dei vincoli Ue, un dosaggio molto attento” tra sostegno alla crescita e rientro del debito, “fondamentale per le aspettative dei mercati”.

In questo contesto parlare di rinascita, sviluppo, riequilibrio dei conti è tanto sconfortante quanto indispensabile. Il quadro europeo è “sempre meno stabile” per le spinte che arrivano “non solo nella Gran Bretagna”. Buscema osserva che la fase attuale “è dominata da molteplici fattori di incertezza sul piano internazionale come su quello interno”.
D’altronde appena un mese fa Bankitalia nel Supplemento “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” ha pubblicato numeri inquietanti: a marzo il debito pubblico è aumentato di 14 miliardi raggiungendo quota 2.228,7 miliardi. Si tratta di un nuovo massimo storico per il debito pubblico tricolore, il precedente picco era stato toccato nel maggio del 2015 a quota 2.219 miliardi.

Futuro nero, dunque? Sì e no. Il debito c’è e pesa come un macigno sulle reali possibilità di ripresa, ma quello dell’Italia è un caso paradigmatico perché – come ha spiegato Marco Fortis sul “Sole” – nonostante la sua fama di economia di sprechi, molto indebitata e poco osservante degli impegni, in realtà il nostro Paese ha una spesa pubblica al netto degli interessi che in termini reali è rimasta quasi invariata tra il 2005 e il 2015 (una delle migliori performance tra i Paesi avanzati). Inoltre, l’Italia è uno dei Paesi più disciplinati nel rispettare le regole europee di finanza pubblica”.

Insomma il rigore non può non esserci. Piuttosto bisognerà reperire risorse da una riorganizzazione della macchina pubblica che fino ad oggi è stata disorganizzata ed estemporanea, oltre a recupera il concetto di educazione civica, che passa prima di tutto per il rispetto degli obblighi che il cittadino ha nei confronti dello Stato. Purché questo faccia la propria parte. Altrimenti gli equilibri saltano, e così sprechi da un lato ed evasioni dall’altro prendono il sopravvento.

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