L’EUROPA NON SA PARLARE AGLI EUROPEI Intervista al prof. Leonardo Becchetti, ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”

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Leonardo Becchetti è ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, direttore del corso di specializzazione in European Economics and Business Law e del Master MESCI di Development and International Cooperation. Ha conseguito il Master of Science, in Economics presso la London School of Economics e il Dottorato alle Università di Oxford e di Roma La Sapienza. Ha pubblicato circa quattrocento lavori tra articoli su riviste internazionali e nazionali, volumi, contributi a volumi, quaderni di ricerca ed è tra i primi 70 economisti del mondo come numero di pagine pubblicate su riviste internazionali. A lui abbiamo posto qualche domanda sul terremoto-Brexit.

Nelle ore immediatamente successive all’annuncio del no all’Europa da parte degli inglesi lo Borse mondiali hanno iniziato a fibrillare. Prima le asiatiche, poi via via le altre. C’è tanta paura sul futuro?
“Oggi i mercati finanziari, soprattutto quelli italiani, scontano l’interrogativo se la Brexit potrà avere conseguenze politiche sull’euro. Il fatto di attribuire una probabilità, anche bassa, che questo succeda, produce questi effetti sulla borsa. Quindi è bene che ci rendiamo conto di quanto sia importante stare insieme. Poi, ovviamente, gli effetti saranno anche di tipo speculativo di breve periodo. Questo lo vedremo”.

Si può parlare di una vittoria dei particolarismi di un’Europa che però non gode la simpatia dei cittadini ?
“La responsabilità dell’Europa è molto forte. Non ha saputo dare un senso alla globalizzazione, non ha saputo contrastare quella perdita di benessere, di sicurezza del lavoro, che ha investito i ceti medio-bassi. Ha messo al centro gli idoli del benessere del consumatore, della ricchezza degli azionisti e della libertà di mercato. Non ha capito che in questo modo avrebbe perso consenso; inoltre non esiste una comunicazioni popolare europea, ed è veramente incredibile: l’Europa non è neanche in grado di raccontare, di comunicare ai cittadini quel bene che fa e mi riferisco ai fondi europei. Questa è anche la responsabilità degli amministratori locali e nazionali, che al completamento di un’opera, tendono ad attribuirsi il vantaggio, minimizzando quello che è il contributo dato dall’Unione Europea”.

Il voto inglese va contro le lobby della finanza che, con le banche, sembrano condizionare le attività dei governi nazionali?
“Assolutamente sì. Il problema è che la Brexit, però, è un voto che produce risultati peggiori di quelli che vuole eliminare. Allora perché non si fanno, invece, delle serie campagne referendarie sulla City? Perché non si sposa in maniera decisa la campagna che da anni stiamo portando avanti sulla riforma della finanza internazionale? Perché non si sostiene la Tobin Tax? Perché non si sostiene la separazione tra banca commerciale e banca d’affari? C’è un problema ma poi si colpisce alla cieca, riducendo l’integrazione europea. Certo, se poi, da questo problema ne nascerà una risposta lungimirante dei politici che capiscono il senso della protesta e rispondono in maniera intelligente, un giorno, allora, potremmo dire che forse sarà stata un’occasione colta in maniera positiva”.

La Brexit è anche una bocciatura delle politiche tedesche in Ue?
“Certo. Ne parliamo da tempo. Se non ci fossero stati gli errori dei tedeschi, se invece dei tedeschi ci fossero stati gli americani, sarebbe stata tutta un’altra storia. Qui stiamo bocciando tutto quello che l’Europa ha fatto dal 2007 ad oggi. I tedeschi, invece di intervenire per aiutare chi era più debole, chi era in difficoltà, hanno fatto una gara a chi è più virtuoso. E’ stato un atteggiamento percepito prima di tutto come antipatico, ma poi profondamente sbagliato dal punto di vista economico. Se ci sarà il coraggio di fare questo salto di qualità, cioè quello della condivisione dei rischi, delle risorse, allora potremo parlare di un risultato positivo, altrimenti se continuiamo così questi sono i risultati”.

Salvare l’Europa e rilanciarla serve forse la ricetta che Papa Francesco ha indicato mesi fa in visita alle Istituzione Europee?
“La ricetta deve concretizzarsi. È chiaro che vorremmo un’Europa che mette la persona ed i popoli al centro. La ricetta è molto semplice. Io la sto sostenendo da tempo, anche negli articoli, nei blog: per dirlo in maniera chiara, abbiamo bisogno che si faccia sul sociale quello che si sta facendo sull’ambiente, dove ormai abbiamo sfondato. Le imprese hanno capito che la sostenibilità ambientale è un’opportunità. I governi hanno tutta una serie di misure fiscali ed incentivi. Ma dobbiamo fare la ‘classe A’ energetica anche per il sociale: i prodotti ad alta dignità del lavoro devono essere tutelali fiscalmente, promossi. Quelli a bassa dignità del lavoro devono essere penalizzati”.

Intervista realizzata da Luca Collodi – Radio Vaticana

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