GIUDICE RITARDATARIO NON FIRMA LA CONDANNA, MAFIOSI IN LIBERTÀ

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La Calabria sprofonda in un baratro giudiziario imbarazzante. Come riporta il quotidiano “La Stampa”, negli ultimi giorni sono scivolati inosservati, come fossero normali, alcuni casi clamorosi, come la scarcerazione di alcuni mafiosi condannati sia in primo grado che in appello. Sono tornati in libertà grazie a un giudice che a 11 mesi dalla sentenza non ha ancora depositato le motivazioni.

La vicenda più grave riguarda il processo “Cosa Mia”, nato nel 2010 da un’indagine della procura di Reggio Calabria, all’epoca retta da Giuseppe Pignatone, oggi procuratore a Roma, sulle famiglie della piana di Gioia Tauro. Queste erano al centro di una sanguinosa guerra di mafia negli Anni ’80 e ’90, con 52 omicidi e altri 34 tentati. Già allora, l’inchiesta aveva svelato il controllo delle cosche sui lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, con una tangente del 3% imposta alle imprese sotto la voce “tassa ambientale” o “costo sicurezza”.

Il processo si è celebrato con una certa velocità, vista l’ampiezza della materia da trattare, il numero di imputati e alcune rilevanti difficoltà logistiche. Spesso è capitato che la polizia penitenziaria, intimorita dalla caratura degli imputati, si sia rifiutata di trasportarli nell’aula del processo. Per garantirne il regolare svolgimento, il ministero fu costretto a mobilitare i reparti speciali, usati in genere solo per sedare le rivolte nelle carceri. Nel 2013, la corte d’assise emette una sentenza di 42 condanne per complessivi trecento anni di carcere, con un documento di 3200 pagine. Tutto confermato anche nella sentenza d’appello, pronunciata a fine luglio del 2015.

Poiché la durata massima della custodia cautelare è di sei anni, e i boss furono arrestati nel giugno 2010, la corte d’appello avrebbe dovuto depositare le motivazioni entro 90 giorni (quindi entro la fine dell’ottobre 2015). Da quel momento in poi gli avvocati avrebbero avuto 45 giorni per presentare il ricorso in Cassazione. Quindi, ai supremi giudici sarebbero rimasti sei mesi, fino alla scadenza del termine della carcerazione preventiva, per chiudere il processo con la sentenza definitiva. Un lasso di tempo più che sufficiente, visto che in Cassazione è prassi anticipare i processi per i quali sta maturando la prescrizione.

Ma le azioni giudiziarie non hanno seguito il loro regolare svolgimento. I termini sono scaduti la scorsa settimana senza che la Cassazione abbia nemmeno ricevuto le carte del processo, ancora ferme nella corte d’assise di Reggio Calabria poiché il giudice Stefania Di Rienzo non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza. Scaduto il primo termine di 90 giorni, aveva chiesto una proroga di altri tre mesi. Tempo sprecato. E’ passato quasi un anno e delle motivazioni non c’è traccia. Così, tre imputati, a dispetto della doppia condanna per associazione mafiosa, nei giorni scorsi sono usciti dal carcere. Altri dieci erano tornati liberi precedentemente, sempre per scadenza dei termini della custodia cautelare. Naturalmente, il danno processuale è enorme, ma lo è ancor di più quello sociale. Infatti, il ritorno alla libertà degli ’ndranghetisti ne rafforza il potere e scoraggia chiunque dalla collaborazione con la giustizia.

Sfortunatamente, non è l’unico caso. A Catanzaro, proprio in questi giorni, prosegue “La Stampa”, si celebra l’appello del processo Revenge, con sette imputati di mafia. Un processo che sarebbe dovuto partire nel 2011, ma sono stati necessari cinque anni per formare un collegio di giudici. E sei anni non sono bastati ad arrivare a sentenza nel processo ai caporali di Rosarno. Il tutto sotto lo sguardo della politica che, silenziosa, non proferisce parola in merito alla questione.

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