USA 2016, SANDERS: “LE PRIMARIE SONO ANCORA APERTE” Il magnate punta al voto dei superdelegati, svincolati da qualsiasi candidato

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“Hillary Clinton non avrà il numero richiesto di delegati per ottenere la nomination a conclusione del processo (delle primarie) il 14 giugno. Si ritroverà a dipendere dai superdelegati”. Così l’altro candidato per la nomination democratica Bernie Sanders sottolineando come i superdelagati – non essendo vincolati a nessuno dei candidati e potendo scegliere quale dei contendenti sostenere all’ultimo momento – rendono la convention del partito dell’asinello a Filadelfia di fatto ancora “aperta”. Il miliardario newyorkese rimane dunque determinato a proseguire fino in fondo la sua corsa, indipendentemente dal voto di martedì 7 giugno in California, l’appuntamento decisivo che di fatto chiude la stagione delle primarie rivelatasi particolarmente sorprendente in questa edizione 2016.

Proprio relativamente al voto californiano, il Los Angeles Times ha citato il recente studio secondo cui il senatore del Vermont è avanti sulla ex segretario di Stato di un punto percentuale, 44% contro 43%. Ma non solo, Sanders sta conquistando anche gruppi demografici minoritari storicamente “fedeli” all’ex First Lady quali ispanici e asiatici. Sempre secondo le statistiche, Bernie spopola soprattutto tra i giovani, in particolare tra coloro che votano per la prima volta, evidenziando ancora una volta la principale lacuna della campagna della Clinton, quella di non avere appeal sull’elettorato dei giovanissimi. Di contro, Hillary può contare di più su chi a votare ci va davvero (tra questi è avanti di 10 punti, 49% su 39%), da qui si comprende come le chance di vincere per Sanders siano legate a doppio filo all’affluenza.

Sta di fatto che anche un testa a testa – come quello che di fatto si prospetta – tra la Clinton e Sanders, per Hillary è un problema soprattutto se raffrontato alla cavalcata solitaria del repubblicano Donald Trump, unico rimasto in lizza per il Gop. La frontrunner dem, infatti, non può permettersi di “vincere male”, sarebbe un risultato destinato ad indebolirla politicamente. Per questo in prima persona invoca l’unità del partito, mentre a Washington, nei corridoi a Capitol Hill, i big democratici sono già da tempo impegnati a persuadere Bernie a lasciare. Un richiamo risoluto – ma non un obbligo – a farsi da parte: già il mese scorso il leader della minoranza al Senato Harry Reid in una conversazione telefonica con Sanders aveva sottolineato che avrebbe avuto senso un ritiro dalla corsa dopo le primarie in California e New Jersey della prossima settimana. Ma Sanders non molla e punta sul voto dei superdelegati a Filadelfia. La partita è aperta, e forse la storia gli darà ragione.

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