“COME UNA MADRE AMOREVOLE”, ECCO IL MOTU PROPRIO DEL PONTEFICE Il documento, che entrerà in vigore il 5 settembre 2016, stabilisce nuove norme sui casi di pedofilia nella Chiesa

1560
motu proprio

“Come una madre amorevole la Chiesa ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto particolarissimo quelli più piccoli e indifesi: si tratta di un compito che Cristo stesso affida a tutta la Comunità cristiana nel suo insieme. Consapevole di ciò, la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”. E’ l’incipit del nuovo Motu proprio, firmato oggi da Papa Francesco, che porta a compimento il rafforzamento delle norme canoniche circa i casi abusi sessuali sui minori.

Tra le novità, Bergoglio stabilisce che tra le “cause gravi”, già previste dal Codice di Diritto Canonico, per la rimozione “dall’ufficio ecclesiastico”, va annoverata anche la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. Il documento, suddiviso in cinque articoli stabilisce, infatti decreta che “In tutti i casi nei quali appaiano seri indizi” la competente congregazione della Curia (non la congregazione per la Dottrina della fede, responsabile invece per gli abusi sessuali stessi) abbia inizio un’indagine che, con la sola parola finale del Papa, può concludersi con la rimozione del vescovo.

Come scrive il Papa, essendo “un compito che Cristo stesso affida a tutta la Comunità cristiana nel suo insieme”, “i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare”, hanno il dovere d’impiegare “una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. La possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi” riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 comma 1 CIC; can. 975 comma 1 CCEO). “Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette ‘cause gravi’ è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili”, previsti dalla normativa promulgata da San Giovanni Paolo II e, successivamente, rafforzata da Benedetto XVI.

Il documento stabilisce, quindi, la procedura da seguire in applicazione di un canone già esistente, precisando che il vescovo “può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme”, puntualizzando che “nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave”, mentre negli altri casi si richiede mancanza di diligenza “molto grave”. Ma “tutti i casi nei quali appaiano seri indizi di quanto previsto”, la competente Congregazione della Curia romana “può iniziare un’indagine in merito”.

Su questa eventuale istruttoria, sono quattro le congregazioni vaticane competenti: Vescovi, Evangelizzazione dei popoli, Chiese Orientali e Istituti Vita Consacrata e Soc. Vita Apostolica. “Non è chiamata in causa la Congregazione per la Dottrina della Fede, perché non si tratta di delitti di abuso, ma di negligenza nell’ufficio”, ha spiegato il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi. Al Vescovo sarà data la possibilità di difendersi, cosa che egli potrà fare con i mezzi previsti dal diritto, e la Congregazione può decidere un’indagine supplementare. Quest’ultima, potrà discutere il caso con altri vescovi o eparchi della conferenza episcopale o del sinodo dei vescovi di cui il vescovo sotto giudizio fa parte e, infine, “assume le sue determinazioni riunita in Sessione ordinaria”.

La congregazione può anche decidere se “dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione o esortare fraternamente il Vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni”. Infine, poiché si tratta di “decisioni importanti sui Vescovi”, spiega padre Lombardi, il Motu proprio, al quinto e ultimo paragrafo, precisa che l’approvazione specifica dipende dal Santo Padre. Questa è un’altra novità. “Prima di assumere una decisione definitiva, si farà assistere da un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati”. Si può prevedere, ha precisato Lombardi, che tale collegio sia costituito da cardinali e vescovi.

Il Motu proprio di oggi non è del tutto una novità. Nel giugno del 2015, il Consiglio dei nove cardinali, che aiutano il Papa nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa mondiale, avevano ascoltato “la relazione del cardinale Sean Patrick O’Malley sulla proposta da avanzare al Santo Padre riguardo alle denunce di abuso d’ufficio episcopale, una proposta preparata dalla pontificia commissione per la Tutela dei minori”, presieduta dallo stesso arcivescovo di Boston coerentemente con quanto prospettato nei mesi precedenti dallo stesso organismo.

Lo scorso giugno, furono cinque le proposte concrete che avevano concluso l’intervento del porporato cappuccino: “Primo, che la competenza a ricevere ed esaminare le denunce di abuso d’ufficio episcopale appartenga alle Congregazioni per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, o per le Chiese Orientali e tutte le denunce debbano essere presentate alla Congregazione appropriata. Secondo, che il Santo Padre dia un mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i Vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio. Terzo, che il Santo Padre autorizzi l’istituzione di una nuova Sezione Giudiziaria all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale Apostolico. Quarto, che il Santo Padre nomini un Segretario per assistere il Prefetto riguardo al Tribunale. Quinto, che il Santo Padre stabilisca un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia”. Di seguito, il testo completo del documento.


LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»
DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO
COME UNA MADRE AMOREVOLE

Come una madre amorevole la Chiesa ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto particolarissimo quelli più piccoli e indifesi: si tratta di un compito che Cristo stesso affida a tutta la Comunità cristiana nel suo insieme. Consapevole di ciò, la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili.

Tale compito di protezione e di cura spetta alla Chiesa tutta, ma è specialmente attraverso i suoi Pastori che esso deve essere esercitato. Pertanto i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate.

Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.

Art. 1

§ 1. Il Vescovo diocesano o l’Eparca, o colui che, anche se a titolo temporaneo, ha la responsabilità di una Chiesa particolare, o di un’altra comunità di fedeli ad essa equiparata ai sensi del can. 368 CIC e del can. 313 CCEO, può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme. Il danno può essere fisico, morale, spirituale o patrimoniale.

§ 2. Il Vescovo diocesano o l’Eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua.

§3. Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave.

§4. Al Vescovo diocesano e all’Eparca sono equiparati i Superiori Maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio.

Articolo 2

§ 1. In tutti i casi nei quali appaiano seri indizi di quanto previsto dall’articolo precedente, la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze.

§2. Al Vescovo sarà data la possibilità di difendersi, cosa che egli potrà fare con i mezzi previsti dal diritto. Tutti i passaggi dell’inchiesta gli saranno comunicati e gli sarà sempre data la possibilità di incontrare i Superiori della Congregazione. Detto incontro, se il Vescovo non ne prende l’iniziativa, sarà proposto dal Dicastero stesso.

§3. In seguito agli argomenti presentati dal Vescovo la Congregazione può decidere un’indagine supplementare.

Articolo 3

§1. Prima di prendere la propria decisione la Congregazione potrà incontrare, secondo l’opportunità, altri Vescovi o Eparchi appartenenti alla Conferenza episcopale, o al Sinodo dei Vescovi della Chiesa sui iuris, della quale fa parte il Vescovo o l’Eparca interessato, al fine di discutere sul caso.

§2. La Congregazione assume le sue determinazioni riunita in Sessione ordinaria.

Articolo 4

Qualora ritenga opportuna la rimozione del Vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso, se:

1°. dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione;

2°. esortare fraternamente il Vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il Vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione.

Articolo 5

La decisione della Congregazione di cui agli artt. 3-4 deve essere sottomessa all’approvazione specifica del Romano Pontefice, il Quale, prima di assumere una decisione definitiva, si farà assistere da un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati.

Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera Apostolica data Motu Proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga pubblicato nel commentario officiale Acta Apostolicae Sedis e promulgato sul quotidiano “L’Osservatore Romano” entrando in vigore il giorno 5 settembre 2016.

Dal Vaticano, 4 giugno 2016

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS